Il presidio
Sentenza minaccia 15mila “finti” circoli
La Cassazione tributaria: sono attività economiche, chi vende cibo e bevande (anche ai soci) non avrà agevolazioni fiscali
Non è la prima sentenza a favore di bar e ristoranti contro i circoli privati. Questa volta, però, Confcommercio Toscana (e non solo) approfitta della decisione della Cassazione tributaria e chiede un incontro al ministero dello Sviluppo Economico. Vuole leggi più severe. Tirare un affondo ai circoli «mascherati da ristoranti. Che usano buoni valori per fare business e nascondere i profitti», attacca Aldo Cursano presidente regionale di Fipe Confcommercio, l’associazione dei titolari di pubblici esercizi. In 20 anni la ristorazione «si è vista erodere enormi spazi di mercato», anche in Toscana, soprattutto dalle sagre e dai “falsi agriturismi”, come sintetizzano poche cifre: nel Duemila (o giù di lì) i circoli ricreativi, sportivi, culturali erano circa 2000. Oggi solo quasi 19.100. Sono di fatto decuplicati. A fronte di circa 22.000 pubblici esercizi.
Il dato preoccupante non è questo. Non è la cifra assoluta. È il confronto con il tipo di circoli aperti, ammette anche Gianluca Mengozzi, presidente regionale di Arci. In Toscana, infatti, oggi i circoli Arci e le Case del Popolo sono circa 1150 e hanno statuti e attività precise. Poi ci sono le associazioni e i circoli ricreativi di stampo cattolico: forse un migliaio. Aggiungendo anche i circoli sportivi storici - da Uisp ad Acsi (e così via) - «si potrà arrivare ad alcune migliaia» calcola Mengozzi. E cosa fanno gli altri 15mila che mancano per arrivare ai 19mila circoli privati citati da Cursano?
La domanda riporta all’ordinanza della Cassazione tributaria del 13 giugno 2018 che riacutizza lo scontro fra pubblici esercizi e circoli beneficiari di agevolazioni ribadite con la riforma del volontariato del 2017. Per dirla in maniera semplice, ai circoli è consentita attività di somministrazione e bevande a due condizioni: che sia riservata ai propri soci e che non sia “attività prevalente” rispetto a quella istituzionale. L’ordinanza della Cassazione di un mese fa ribadisce questi due principi, peraltro già riaffermati in sentenze di Cassazione del 2000, 2002, 2004 e 2005. Questa volta a scatenare il contenzioso è stato un imprenditore di Pesaro “socio di fatto” di un circolo Asl sottoposto ad accertamento tributario dell’Agenzia delle Entrate. L’Agenzia impugna una sentenza della commissione tributaria regionale Marche che annullava l’accertamento e la sanzione. La Cassazione dà ragione, invece, all’Agenzia delle Entrate, ribadendo, ancora una volta, che «l’attività di gestione di un bar ristoro da parte di un ente non lucrativo può essere qualificata come “non commerciale” ai fini dell’Iva e dell’Irpef solo se tale attività sia strumentale rispetto ai fini istituzionali dell’ente e sia svolta solo in favore degli associati». Inoltre la Cassazione tributaria ripete che «l’attività di bar con somministrazione di bevande, anche se ai soli soci, non rientra nelle finalità istituzionali del circolo e, quindi, ha natura di attività commerciale». Perciò Cursano dice che «deve cessare la zona grigia dei circoli che fanno discoteca. Le istituzioni devono stare con chi rispetta la legalità non chi si nasconde dietro l’etichetta del “no profit” per non rispettare le regole e dimezzare il lavoro a chi le rispetta». In particolare, Cursano ce l’ha con «le sagre, i falsi agriturismi, le associazioni sportive che danno in gestione i bar delle strutture e degli impianti che gestiscono. Se vogliono lavorare come pubblici esercizi, come ristoranti sono liberi di farlo: ma devono rispettare regole di sicurezza e pagare le tasse come tutti. Stessa attività, stesse regole». Ma non è una sentenza di Cassazione a imporlo (come dimostrano i precedenti): ci sono le leggi. Da far rispettare. —
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