Il Tirreno

Toscana

Case popolari, Nardella vuole darle agli italiani

di Mario Neri
Un palazzo di alloggi popolari (foto d'archivio)
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Un palazzo di alloggi popolari (foto d'archivio)

Il sindaco di Firenze: "Più punti in graduatoria a chi è residente da anni, così evitiamo i ghetti"  Salvini ironizza. "Era l’ora". il governatore Rossi: "E' incostituzionale, faccio ricorso se il Pd lo propone"

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FIRENZE. Il sindaco ci ha provato in tutti i modi a spiegare, rivedere, precisare. A fare scudo al sovranismo local che lo accusava di essersi «leghizzato». A sostenere che no, non si è piegato al lessico imperativo dei tweet formato Trump, al vocabolario politico impietoso con i relativisti, i radical chic del mondo sfaccettato e annebbiato dalle variabili e dal dubbio. E dunque che il suo messaggio non è semplicemente “Italiani first”. Anzi, “toscani first”, e cioè case popolari prima ai fiorentini. Niente. Alla fine è successo: Matteo Salvini trolla Dario Nardella, provoca lui e i dem. «Meglio tardi che mai: anche il Pd dà ragione alla Lega: prima gli italiani!!!», scrive su Twitter il leader del Carroccio di prima mattina, abbandonando i toni felpati da consultazioni e salendo di nuovo a bordo del ruspismo da campagna elettorale.

In fondo è così da tre giorni, da quando il renzianissimo primo cittadino di Firenze ha lanciato la sua proposta: «Attribuire un punteggio più alto a chi vanta un maggior numero di anni di residenza per l’accesso alle graduatorie non significa discriminare o costruire barriere – dice Nardella – ma aiutare chi attende da troppo tempo ed è sempre in fondo alla lista, le famiglie che hanno sempre rispettato le regole e vivono da molti anni nella nostra città. Un modo per riequilibrare una concentrazione eccessiva di famiglie straniere».

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Una svolta promossa da Nardella il 2 maggio alla vigilia della discussione in consiglio regionale della riforma di legge sull’edilizia popolare. Sul piano formale, modifiche semplici: assegnare un punteggio crescente attuando una sorta di “scala mobile” della toscanità: prende di più chi risiede da più tempo nel capoluogo o in regione, premiando col massimo chi ha raggiunto i 10 anni. Non solo. «Un riconoscimento più alto - spiega l’assessore al sociale Sara Funaro - anche a chi, in attesa di un posto, paga un affitto sul mercato che incide considerevolmente sullo stipendio eppure si vede penalizzato rispetto a chi un lavoro e un reddito magari non ce l’ha». Giovedì ha presentato gli emendamenti in commissione regionale. E lì il renziano Stefano Scaramelli ha proposto anche di spostare la soglia di accesso alle graduatorie da 5 a 8 anni di residenza. Apriti cielo. L’assessore Vincenzo Ceccarelli ha subito tirato il freno parlando di un provvedimento a rischio «incostituzionalità», chiarendo che «prima viene il bisogno e l’umanità, poi la toscanità». I sindacati degli inquilini e la sinistra si sollevano: «Proposta discriminatoria», dice la consigliera regionale di Mdp Serena Spinelli.

Andrea Quartini del M5S chiede «una revisione totale della legge». Esultano, non senza ironia, a destra: «Nardella si sta leghizzando». Ovvio, salta a bordo anche Giorgia Meloni sbeffeggiando il sindaco per «aver copiato il modello escogitato da Fratelli d’Italia». In realtà la filosofia nardelliana è semplice: scongiurare l’effetto banlieue, e stemperare le tensioni sociali per le regole di accesso agli alloggi Erp diventate un detonatore di intolleranza e xenofobia a causa di graduatorie sbilanciate a favore degli stranieri. «Vogliamo evitare che le nostre periferie diventino come quelle parigine, che si trasformino in ghetti. Non è demagogia - provano a ribattere Nardella e Funaro - La concentrazione di famiglie straniere in condomini e quartieri genera disgregazione, non buona integrazione». Sono i numeri ad aver allertato Palazzo Vecchio. Su 8.000 alloggi popolari a Firenze, il 17% sono abitati da stranieri. E sono le graduatorie ad aver convinto il sindaco a chiedere a Enrico Rossi di invertire la rotta. In quella del 2016, gli stranieri in attesa di un posto sono il 47%. Quasi la metà. Senza considerare che appelli simili arrivano al Pd toscano da molte altre città.

Solo che le case popolari si sono trasformate in un nuovo pomo della discordia fra i dem e il governatore, un terreno di scontro su cui potrebbero aprirsi crepe e fratture capaci di insidiare la tenuta del governo regionale. Sì perché Rossi, mentre invita Salvini «ad aumentare i fondi per l’edilizia pubblica se mai diventasse premier» e a «smettere di aizzare una guerra tra poveri», si mette di traverso: «Abbiamo già innalzato a 5 anni il limite minimo di residenza per fare domanda per una casa popolare. In Friuli Venezia Giulia e in Valle d'Aosta sono state fatte leggi con soglie a 7-8 anni bocciate dalla Corte costituzionale. Se qualcuno in Toscana volesse votare una legge diversa, farò io stesso ricorso», è l’avvertimento ai renziani. Ma ad assestare un duro stop a Nardella è addirittura Giuseppe Sala. Il sindaco di Milano, da tempo duro con Renzi e il turborenzismo, avverte: «Il tema è talmente delicato che non si presta a generalizzazioni. Non credo che basti dire “prima gli italiani” senza una riflessione seria sulle regole».
 

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