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Morti nell'esplosione in porto, un cellulare probabile innesco
Livorno: cisterna esplode e crolla, forse un cellulare funge da detonatore. Il racconto choc dell'autista
LIVORNO. Lo strazio è nell’urlo di Benedetta, vedova ragazzina, che corre contro il dolore. E nell’ultimo abbraccio di Lucia, orfana senza pace, al feretro del padre che si allontana. Sono le 7 di sera quando l’ennesima tragedia sul lavoro prende forma per diventare disperazione, rabbia, impotenza.
Al di là del cancello dei depositi costieri Neri, un’area di stoccaggio lungo l’estremità nord del porto di Livorno, la polizia scientifica ha appena concluso i rilievi per ricostruire l’incidente avvenuto cinque ore prima: la pulizia di un silos con ancora dentro qualche migliaio di metri cubi di acetato di etile, un solvente altamente infiammabile, che al termine delle operazioni di svuotamento d’improvviso esplode.
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Lorenzo Mazzoni, 25 anni, e Nunzio Viola, 52, entrambi operai della Labromare con contratto a tempo indeterminato, come spiegano gli stessi datori di lavoro, erano nel bacino intorno alla cisterna: vengono travolti dall’esplosione e uccisi. Viola è morto praticamente sul colpo, per Mazzoni sono stati invece inutili i tentativi di rianimazione dei soccorritori, sempre all’interno dello stabilimento.
L’ultimo ad averli visti vivi è stato il collega della Labromare, società che si occupa di bonifiche in porto: era con loro e si occupava di verificare che la sostanza venisse regolarmente stoccata all’interno del camion. «Le operazione erano finite – ha raccontato agli investigatori che lo hanno ascoltato – ho detto a Lorenzo e Nunzio che andavo a chiudere. Mi sono allontanato di qualche metro e poi ho sentito un’esplosione enorme. La prima cosa che ho fatto è stata quella di andare a prendere l’estintore e correre verso di loro».
La procura di Livorno ha sequestrato l’area e aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo, al momento ancora contro ignoti, ma solo per una questione formale. Gli investigatori, infatti, hanno già acquisito il filmato registrato dalla telecamera sopra la cisterna collassata dopo il boato, che dovrebbe aver ripreso i momenti della tragedia.
Tante le domande alle quali gli investigatori, coordinati dalla pubblico ministero Sabrina Carmazzi, dovranno rispondere. A cominciare da che cosa abbia potuto innescare l’esplosione, al termine delle operazioni di bonifica del serbatoio 62 dello stabilimento. All’interno erano rimaste tracce di acetato di etile? Cos’è andato storto? È stata un’esalazione a provocare lo scoppio?
Una delle ipotesi, anche se per il momento non è stata confermata, è che uno dei due operai Labromare avesse il cellulare acceso in tasca: il campo elettromagnetico avrebbe portato allo scoppio, ma potrebbe essere accaduto anche per via di un arnese o un mazzo di chiavi. «Stiamo verificando le cause di questa tragedia – spiega Alessandro Paola, comandante provinciale dei vigili del fuoco di Livorno – secondo i primi accertamenti, c’è stato un innesco che ha causato l’esplosione: il serbatoio, a quel punto, è collassato con un violentissimo rilascio di energia che ha provocato un principio d’incendio». Quel deposito, il numero 62, si è piegato ed è finito contro il silos vicino, scaraventando Mazzoni e Viola dalla parte opposta, contro il muro di cemento che delimita il bacino nel quale erano i due operai.
«Ho sentito un botto, ero a un centinaio di metri di distanza quando c’è stata l’esplosione», racconta sotto choc Angelo Biano, professione autista, fuori dal cancello dei depositi costieri Neri. «Ero a un centinaio di metri di distanza quando c’è stata l’esplosione. Lo spostamento d’area – prosegue indicando un bar-trattoria a una ventina di metri dal piazzale – ha aperto quelle porte d’ingresso. Ho capito subito che era successo qualcosa di grave perché la botta è stata fortissima. In quel momento non ho avuto il tempo di pensare. Mi sono spaventato e sono scappato insieme agli altri che erano con me. Cosa può essere successo? Non ho idea, si tratta di operazioni di routine ma qualche innesco deve aver fatto esplodere il silos. Potrebbe essere bastato un corto circuito, un cellulare acceso o una sigaretta». Eppure c’è chi, sottovoce, sostiene che quelle cisterne siano «vecchie e pericolose».
Riccardo, collega delle due vittime, da 27 anni assunto alla Labromare, guarda verso il luogo della tragedia e non si dà pace. «La sicurezza deve essere la priorità – dice – quando facciamo quel tipo di operazioni di svuotamento della cisterna, siamo muniti di tutta la strumentazione necessaria. Per esempio, abbiamo un sensore di gas che rivela eventuali perdite, e quando suona hai il tempo di allontanarti e tornare con le maschere. E poi c’è il responsabile della sicurezza che sovraintende i lavori. Che io sappia tutte le normative sono state rispettate, anche perché Lorenzo e Nunzio erano due operai esperti».
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