La Toscana piange Maracchi Addio gentleman del meteo
L’esperto climatologo è morto a 74 anni nella sua Firenze. Fondò il Lamma L’allievo: «Fu fra i primi a parlare di cambiamento climatico negli anni ’80»
FIRENZE. Per anni è stato lui la nostra bussola dei cieli, lui a farci salire sulle correnti che si alzano dal golfo di Genova o in arrivo dalla Guinea, a farci intuire i misteri dell’alta pressione in Siberia e degli anti-cicloni che sbuffano dall’Atlantico. «Piogge intense, vento, alto rischio idrogeologico», strillavano le allerte e lui c’era. In tv, in radio, nelle interviste. Non si negava mai Giampiero Maracchi. Così ci spiegava ogni bomba d’acqua caduta sulla Toscana, prima di tutto per chiarirci, instancabile, che in climatologia «le bombe d’acqua non esistono», e «insomma basta con quei titoloni».
Perché il clima è più complesso, è meccanica celeste, è lirica della natura, anche se lui sapeva tradurla in prosa, in algebra semplice, sapeva sintetizzare il tempo, cristallizzare la sua volubilità. «Vedo bassa pressione sul golfo che non promette nulla di buono. L’acqua lì si riscalda, poi evapora, sale e sbatte sulle Alpi Liguri e le Apuane», ci avvertì nel novembre 2012 intervistato da Mario Lancisi preconizzando uno di quei diluvi feroci a cui ormai siamo abituati. «Da Savona alla Versilia, quella è una zona maledetta, le montagne sono un muro», ci disse fra i primi leggendo dentro la paura e la distruzione di Cardoso nel 1996.
Alluvioni, disastri, estati torride o timidi inverni. Fu il primo a chiarirci quando i monsoni influenzassero la nostra atmosfera, quanto i tropici fossero padroni delle nubi che ci sovrastano. «Le previsioni, la meteorologia? Possono essere una scienza esatta a due settimane, massimo tre, dopodiché io ci andrei piano». A tutto questo, alla cauta precisione di uno scienziato pragmatico, un intellettuale raffinato eppure con le capacità comunicative del grande divulgatore, d’ora in poi dovremo rinunciare. Maracchi è morto ieri a Firenze, la sua città, a 74 anni dopo una lunga malattia. Lo ha reso noto la famiglia precisando che, per volontà del climatologo e professore emerito dell’Università di Firenze, i funerali si terranno in forma «privata».
«Da oggi siamo tutti un po’ più soli: ci mancherà un grande scienziato, un professore colto e illuminato, un fiorentino vero e appassionato», lo ricorda il sindaco Dario Nardella. «Spero si trovi il modo di ricordarlo tutti insieme». Era un diluvio di scienza, Maracchi. Ma senza tuoni. Rifuggiva i cicloni espressivi, l’azzardo della parola. Dal 2014 presidente dell’Accademia dei Georgofili, è stato uno scienziato di fama internazionale, fondatore dell’Istituto di biometeorologia del Cnr, l’uomo che ebbe l’intuizione di dotare la Toscana della sua “fabbrica del meteo”, il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale per lo sviluppo sostenibile. Il Lamma, il consorzio che ogni giorno sforma a getto continuo diagrammi e mappe di ogni spicchio di regione provando a limitare i nostri errori, a ricordarci in anticipo dell’incuria a cui condanniamo il nostro territorio, che poi è incuria verso l’uomo. «Fu uno dei primi a parlare di cambiamento climatico negli anni ’80. Io l’ho conosciuto nell’82, ho fatto l’esame con lui e poi l’ho seguito per tutta la vita - racconta Bernardo Gozzini, direttore del Lamma - Maracchi coniugava tradizione e innovazione. Sempre il primo a lanciare nuove idee e quello che più teneva a ricordare che la meteorologia era una scienza fiorentina, nata nel ’600 con l’Accademia del Cimento».
Per anni ci ha passato giornate intere alla stazione meteo di Sesto Fiorentino, anche se, nei sabato pomeriggio, coltivava l’altra sua passione. Non si capisce nemmeno come facesse. Maracchi era mille cose insieme: fondatore e direttore del master in climatologia dell’ateneo fiorentino, vincitore di premi internazionali, vicepresidente della Società internazionale della meteorologia per l’agricoltura, autore di oltre 450 studi pubblicati da riviste nazionali ed estere, membro dell’Accademia delle Scienze, dell’Accademia delle scienze forestali, direttore del centro meteorologico regionale della Organizzazione mondiale dei meteorologi di Ginevra, componente dell’Accademia delle arti del disegno, perfino di quella della Vite e del Vino, oltreché presidente della Fondazione cassa di Risparmio di Firenze dal 2013 al 2014. Eppure era anche un calzolaio. Vero, esperto, sopraffino. Una passione con cui ha trascinato la figlia Benedetta, diventata stilista di borse. «Facevo il classico, e un anno si concluse in modo meno brillante, almeno per il babbo. “Ti mando tre mesi a bottega invece che dalla nonna al Forte dei Marmi”. Ho cominciato così», raccontò nel settembre 2004 a Elisabetta Arrighi che lo intervistò per il Tirreno. «Avere un hobby ha senso se lo si approfondisce fino a farlo diventare un’occupazione», disse Maracchi anni dopo. Lavorare stanca, ma rende felici. «Saper lavorare cuoio e legno mi ha dato tanto, è l’accoppiamento fra mani e cervello». Si sentiva un positivista, quasi emarginato. «Purtroppo da noi c’è stata una sorta di demonizzazione, la filosofia crociana, idealista, dà poco spazio alla pratica». Il cielo, insomma, è una conquista della terra.
Mario Neri
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