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Multinazionali straniere che investono in Toscana: gli affari più importanti del 2017
Abbiamo scorso l’elenco delle operazioni fatte nel 2017. Qualche sorpresa e un rischio: la predazione del know how
Contano, tutte insieme, come cinque volte il settore farmaceutico in Toscana. Le multinazionali straniere che hanno investito nella nostra regione danno lavoro a 50.000 persone. Quasi due volte gli abitanti di Cecina, come il tessile prima che conoscesse la grande crisi. Il Pil è di 1,3 miliardi di euro e con ampi margini di crescita.
La Toscana, si può dire e non sottovoce, ai capitali stranieri e soprattutto piace molto di più delle altre regioni italiane (tranne Lazio e Lombardia che guidano la classifica e con cui per la presenza di Roma e Milano non può esserci partita). Da noi gli investimenti dal 2012 al 2016 sono cresciuti del 7,8%.
I dati Ice Reprint, forniti dall’ufficio “Invest in Toscana”, dipartimento della Regione che dipende direttamente dalla presidenza e che segue le grandi aziende, non lasciano spazio a interpretazioni. E se non lo fanno i numeri non lo fa neppure il dettaglio degli investimenti: tra i grandi gruppi italiani e stranieri nel 2017 sono stati presentati in Toscana 89 progetti di investimento.
A guidare la classifica l’acquisizione della lucchese Tagetik, azienda di software per la gestione finanziaria ad alto livello, da parte di Wolters Kluver per un valore di 300 milioni di euro. Segue General Electric con cui il rapporto è strettissimo.
Non è solo la tecnologia però ad allettare le grandi multinazionali. Il grosso degli investimenti in Toscana arriva per i settori moda e food, grazie all’attrattiva delle grandi firme del business per la pelletteria e il vino.
Gucci nel 2017 ha presentato in Regione un investimento per l’espansione di uno stabilimento produttivo, Frescobaldi ha comprato un castello, quello di San Donato in Perano con 52 ettari di viti: un podere che la blasonata famiglia impegnata nella produzione di grandi vini aveva già preso in affitto.
Intanto Fendi è pronta ad espandersi così come Celine, Ferrarelle, Polli (quelli dei sottaceti), Colussi, Acqua Azzurra e Louis Vuitton.
Accanto agli investimenti più raccontati e con più appeal per il grande pubblico non mancano quelli meno comunicati e poco glamour ma che hanno alle spalle holding giganti. Ad Arezzo l’azienda Borri ha siglato una joint venture con BiTicino leader per il materiale elettrico: una multinazionale presente in 90 paesi e con un fatturato di 5 miliardi nel 2016 o per spostarsi nel settore aerospaziale, non si può non citare Leonardo che a Firenze ha completato l’acquisto di Sirio.
Anche il 2018 si prevede sarà un anno di grandi manovre. «Una parte dei contatti sono a un livello di trattative riservate mentre è già a uno stato avanzato l’iter per realizzare un polo logistico per il farmaceutico a Livorno o gli investimenti di soggetti, estranei alla holding della soda e del bicarbonato, nel parco della Solvay», entrano nel merito il dirigente di Invest Filippo Giabbani e il dirigente delegato dal presidente Rossi, Paolo Tedeschi. Scontato che arriveranno anche nuove richieste dalle multinazionali della moda che trovano assai attrattiva la zona del distretto della pelletteria per riportare le produzioni nel cuore della vecchia Europa.
«Al momento sono in negoziazione tra i quindici e i venti protocolli con imprese multinazionali presenti in Toscana», interviene direttamente il presidente Enrico Rossi. «Molte delle quali firmano anche impegni per ricadute dirette nel territorio». «Di recente – racconta Rossi – un potenziale investitore nella logistica è rimasto sorpreso dalla capacità di presa in carico della sua richiesta e del supporto fornito. “Neanche in Lombardia sono in grado di lavorare così” ha alla fine esclamato».
L’efficacia mostrata dalla Toscana nell’attrarre investimenti è stata riconosciuta anche dal Ministero. «Siamo stati i primi a firmare nel 2015 un protocollo di collaborazione sul tema con il Mise e l’Ice, l’istituto per il commercio estero. Gli esperti del Financial Times hanno riconosciuto la Toscana, tra le Regioni di media grandezza, seconda in Europa per attrazione degli investimenti. Siamo anche una delle Regioni protagoniste di un progetto multiregionale per il biennio 2018-2019».
Per rendere l’azione più efficace è stata creata con Anci, Citta metropolitana di Firenze e Comuni una rete di assistenza a potenziali investitori. E dopo gli insediamenti i rapporti con le multinazionali presenti in Toscana continuano, con visite periodiche. Le aziende incontrate nell’ultimo anno sono state oltre cinquanta. Ne sono scaturite intese, tra le altre, per la messa in relazione con i sistemi locali di piccole e medie imprese e la collaborazione in tema di ricerca e sviluppo con le università e i laboratori toscani. Non è tutto oro ciò che luccica e con la presenza di aziende straniere c’è bisogno di evitare che si creino “fratture” com’è accaduto con Amazon e il rischio dell’uso di un bracciale per controllare l’impiego dei lavoratori. A mettere in guardia su altri aspetti a rischio è il vice presidente della commissione multinazionali e grandi imprese di Confindustria, l’amministratore delegato dell’Hallite Italia Stefano Santalena. «È necessario fare attenzione: il rischio è che le multinazionali possano acquisire start up e poi portarsele fuori mentre non c’è da temere assolutamente che le grandi aziende una volta insediate mangino le piccole. Anzi. La tendenza è contraria. Adesso le grandi aziende collaborano con l’indotto e creano innovazione e posti di lavoro». La costa da questo punto di vista è un esempio: Confindustria Livorno Massa Carrara raggruppa un totale di 52 realtà e oltre 9.000 dipendenti.
«C’è invece da guardarsi negli occhi – commenta Santalena – e chiederci perché una grande multinazionale dovrebbe investire a Livorno, sulla nostra costa o fare business in Italia. Si lavori per darci questa risposta e poi rispondiamo, snellendo e velocizzando la burocrazia. Se riuscissimo a farlo credo che le opportunità che si aprirebbero sarebbero più numerose».
IL CASO SIMBOLI DI HITACHI RAIL
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