Il Tirreno

Toscana

Bonafede, il vocalist 5 Stelle che Di Maio vuole ministro

di Mario Neri
Alfonso Bonafede (M5S)
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Alfonso Bonafede (M5S)

Eletto a Firenze, il deputato siciliano è il braccio destro del candidato premier: "Luigi mi chiese di aiurarlo sull'azienda dei rifiuti a Livorno, da lì sono diventato un suo consigliere". Travolto dalle critiche per le liste toscane, replica: "Noi i massoni li cacciamo".

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LIVORNO. Nessuno che riesca a fermarlo. Mai. Nessuno che possa parlargli addosso. In aula, il più delle volte, quando si erge dallo scranno impugnando minaccioso e furente il microfono, tutti sanno che arringherà l’emiciclo come se non ci fosse un domani. «Lei non è una maestrina», tuonò contro la presidente Laura Boldrini. Parla, parla, parla Alfonso Bonafede, deputato grillino dall’incontenibile eloquio. Per questo da qualche mese non c’è redazione televisiva che non vada a colpo sicuro: se all’autore viene in mente di invitare un esponente del M5S, è quasi certo che la Casaleggio Associati invierà lui, il 41enne avvocato fiorentino (adottivo) ormai diventato uno dei pianeti dell’orbita magica di Luigi Di Maio. Anche adesso che alterna tv e radio nazionali con i banchini della campagna elettorale a Firenze, dove è candidato nel collegio uninominale alla camera e sfida il sottosegretario Gabriele Toccafondi, in corsa per il centrosinistra. «Ma vi rendete conto? Un impresentabile, un impresentabile», si inalbera subito. Suvvia Bonafede, e perché? «Come perché? Uno che fino a 5 anni fa era dirigente di punta di Forza Italia con che faccia tosta si presenta agli elettori!?».

Bonafede è così: anche in tempi carbonari e di bocche cucite, non ti lascia mai a bocca asciutta. Fosse pure una dichiarazione volante da rilasciare sul marciapiede, non si sottrae. Così, qualche giorno fa, a Roma, s’è lasciato sfuggire un «pensavamo fosse il ministero a controllare i fondi» delle restituzioni. Insomma, un po’ di colpa della “Rimborsopoli” ce l’avrebbe il governo e non solo i “furbetti” del bonifico interruptus. Un piccolo inciampo rispetto agli standard. Perché Bonafede – a differenza dei colleghi – non sbaglia i congiuntivi, non attribuisce Nobel ad cazzum (Hollande ha scoperto di averne vinto uno grazie a Di Battista), non insegue scie chimiche, si professa «assolutamente antifascista» e non ha posizioni dogmatiche su temi sensibili come vaccini, euro o migranti. «No, non griderei mai all’invasione, la migrazione è un fenomeno complesso». E ancora: «Non ho dubbi sui vaccini, sono contrario all’obbligatorietà se nega il diritto allo studio a un bambino».

Insomma, non è un’icona del Movimento strong arrabbiato e antisistema, non uno dei “vaffa-pensanti”, ma uno del nuovo corso istituzionale. E dunque se Dibba è indisponibile e Dimma già prenotato, da un po’ sul piccolo schermo va molto più forte di una Roberta Lombardi, candidata alla regione Lazio, o di una Barbara Lezzi, che dall’estate scorsa tutti vorrebbero in studio per farsi ridire la storia del Pil «gonfiato» dai condizionatori accesi a palla. Radici a Mazara del Vallo, dove è nato e vissuto fino ai 19 anni, ha preso la laurea in giurisprudenza a Firenze e un dottorato a Pisa. È stato eletto nel 2013. Del M5S fiorentino è un fondatore. «Ho aderito ai gruppi nel 2006. Ho conosciuto Beppe Grillo nel 2009, dopo essere stato scelto come candidato sindaco. Chi votavo prima? Il centrosinistra, ma avevo già cominciato la disintossicazione».

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La corsa a Palazzo Vecchio non fu esaltante. Contro Matteo Renzi ottenne l’1,9%. Ma da un anno, anche se ignoto ai più, Bonafede è il braccio ambidestro (nientemeno) di Di Maio. È perfino dato come ministro dell’Interno in un futuribile governo 5 Stelle. Ne hanno avuto tutti piena contezza qualche giorno fa al teatro Goldoni a Livorno, quando il capo politico stellato l’ha incoronato ufficialmente restitution-man: «Alfonso ha restituito 3mila euro in più, fantastico!». Lui mantiene l’aplomb, ma sotto sotto gongola: «Ormai i giornali usano tutti i nomignoli possibili: colonnello, pretoriano. In realtà è cominciato tutto quando è scoppiato il caso Aamps a Livorno. Luigi era responsabile enti locali nel direttorio e mi chiese se potevo dare una mano a Nogarin». Così, insieme al deputato Riccardo Fraccaro e a Giancarlo Cancelleri, da gennaio è entrato nel triumvirato che sorveglia il Campidoglio.

Una giunta ombra sul raggio magico. Da allora - è costretto ad ammettere il “commissario politico” Bonafede (lui parla di «task force Comuni») - «è nato un gruppo affiatato di amici». E «siamo io e Riccardo a dare supporto a Luigi, siamo stati noi a collaborare con lui per la scelta dei candidati degli uninominali». Quelli che hanno fatto imbufalire mezza base in Toscana. In regione è stato lui il regista delle liste. Lui che s’è ritrovato in corsa il massone Piero Landi, lui lo sponsor dell’ex renziano Nicola Cecchi. «Suvvia, è una storia chiusa, c’è stata un’assemblea molto dura, ma abbiamo chiarito. E i massoni noi li cacciamo, il Pd se li tiene». Sarà.

Su Facebook da allora c’è chi lo chiama “Malafede” e lo accusa di aver trasformato il Movimento in un soviet. Ma è noto per essere un conciliatore, un risolvi-problemi. E per aver affinato l’arte di difendere l’indifendibile. Tipo la giunta Raggi. L’unica ad aver scalfito quest’immagine da professorino è stata l’attrice Anna Foglietta. A fine settembre, su La7, gli disse «avevamo creduto alla Raggi, ma ora Roma è come Beirut». Per un attimo la parlantina fluente tentennò. Ma niente.

Riparte. E comincia a sparare contro «i centri di potere lobbistici del Pd»; contro Renzi, «uno incapace di non mentire»; contro il caso Etruria e Maria Elena Boschi, «che bloccò al Senato la mia legge sulla class action». Insomma, Bonafede riprende a parlare parlare parlare. Ma da dove esce questa voce ventriloqua dell’autodifesa 5 Stelle? «Da ragazzo, a Mazara – racconta – scrivevo poesie, canzoni rap, facevo il vocalist nelle discoteche».

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