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Toscana

Guelfi: «Andai in galera a bordo della mia Dyane»

Guelfi: «Andai in galera a bordo della mia Dyane»

Fu arrestato con un altro militante del Potere operaio con l’accusa di aver aggredito uno studente. Poi prosciolti

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Dal libro di prossima uscita “Il mio ’68”, curato da Stefania Fraddanni, con prefazione di Bruno Manfellotto, gli estratti di due testimonianze sul Sessantotto a Pisa e Livorno. La prima è di Guelfo Guelfi, pisano, allora militante del Potere operaio, che racconta il suo arresto con l’accusa di aver picchiato il 4 marzo 1968 lo studente moderato Mario Bonadio. Guelfi e l’altro arrestato, Marco Moraccini, si sono sempre dichiarati estranei all’aggressione, e infatti sono stati successivamente prosciolti. La seconda è di Claudio Frontera, allora studente del liceo Enriques di Livorno, poi dirigente di Pci, Pds e Ds, ex presidente della Provincia di Livorno.

GUELFO

GUELFI

....«La stanza si univa al corridoio con una porta a vetri. Vetro grosso lavorato, in trasparenza lasciava intravedere la sagoma. Aprii la porta e l’uomo mi disse: “Guelfo Guelfi ?” Sì, risposi ma non ci fu silenzio, né stupore. “C’è un mandato di cattura da eseguire”. E che vuol dire? Son prigioniero? Si va in galera? Non mi agitai. Trovavo la cosa ridicola soprattutto perché si esprimeva con un tono bonario. Ma state attenti era davvero bonario. Posso telefonare? No, ci pensiamo noi. Allora andiamo? Sì, certo, andiamo. Con la mia macchina che faccio, la lascio qui? Se vuoi portala al carcere, la chiudi e poi qualcuno verrà a prendere le chiavi. Bene, andiamo. Io salii sulla mia Citroen Dyane rossa e loro in due sulla volante. La strada la conoscevamo tutti bene, il carcere era e rimane vicino alla questura. Così, guidando piano piano, facendo sì che si vedesse bene la mia non intenzione di fuga, scorrevo la via verso il Don Bosco. Guardavo intorno e avevo come la sensazione di un addio ai monti, ai luoghi cari, ai volti amici, al mio tempo. Avrei anche voluto avvertire che nel mandato di cattura c’erano due nomi, il mio e quello di Marco Moraccini, uno studente di Cecina. Magari se non lo avevano ancora preso si sarebbe dato alla macchia. Ma niente. Solo poche curve e il parcheggio davanti al carcere. Chiusi la macchina, attraversai la strada. I due angeli custodi mi guardavano con un fare sciatto, routine, ed entrammo. Prima ferrata della mia vita. Era quasi sera e faceva freddino. Meno male che avevo il cappotto. Una sosta all’ufficio matricola. Chi è? Uno studente. Ci mancavano solo loro, disse una guardia anziana da dietro un banco alto come quello che si trovava all’ufficio del catasto dove a volte ero andato a rilevare qualche mappa. Perché io sono geometra... e appena diplomato avevo fatto un po’ di libera professione...

...La cella, in isolamento, era a piano terra. Le ferrate si chiusero a più mandate. La branda era incernierata al muro. Un letto a sbalzo. Il cesso e il lavandino erano la stessa cosa. Per cacare si abbassava il ferro. Sopra una fonte. La finestra era alta e non chiudeva bene. Uno spiffero freddo era pronto a farmi compagnia. Beh, ci siamo. Adesso aspettiamo che passi. Mi guardai intorno e non si affacciò nessuno spettro. Non mi agitavano oscuri pensieri. Mi sentivo al sicuro. Il freddo mi fece entrare un mal di testa che si placava solo rinserrandomi dentro il cappotto. Mi sdraiai, mi rannicchiai e cercai il sonno che non si fece attendere. Si aprirono così i miei trenta giorni di prigionia. Un’inezia che volò in compagnia di storie che parevano inventate. Invece erano vere»....



CLAUDIO

FRONTERA

....«Non ho mai partecipato a manifestazioni violente, non ho preso parte a scontri con le forze dell’ordine e non mi è mai capitato di tenere in mano e men che mai di lanciare una molotov. E neanche di vederle lanciare. A Livorno il movimento studentesco fu sempre estraneo a cose del genere. Una sola volta fui minacciato, davanti al Liceo, da un gruppo di fascisti. Ma furono solo minacce verbali, che non mi impressionarono molto. Parlo invece delle non poche stupidaggini che, qualche volta, anche noi abbiamo pensato e detto. Delle rigidità ideologiche che ci hanno in qualche occasione offuscato la vista. Delle contestazioni fatte a onesti e sconcertati professori o professoresse. Degli atteggiamenti talvolta presuntuosi e grotteschi che non ci sono mancati. E mi chiedo: “Nooo! Io c’ero?”. Ma poi penso alla pulizia delle nostre utopie giovanili, agli innocenti volantini marcusiani appiccicati sulle sedie delle autorità locali, alle idee di giustizia e di libertà che si sprigionavano con naturalezza dai nostri discorsi. All’amore per la gioventù che sentivamo e alle belle persone che frequentavo e il ricordo si addolcisce e prevale la gioia di “esserci stato”. E pensando a quei giovani che forse poseranno lo sguardo su queste righe, mi torna in mente la poesia di Brecht “A coloro che verranno dopo di noi”, scritta nel 1939 per raccontare ai più giovani la durezza della lotta politica e sociale. “Anche gridare contro l’ingiustizia rende purtroppo rauca la voce” dice Brecht e conclude “E voi che verrete dopo, quando pensate a noi, siate indulgenti”»....



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