Il Tirreno

Toscana

Maria Dispenza: piatti caldi, luci e felicità nella fabbrica di Rosignano

Nicola Maranesi
Maria Dispenza: piatti caldi, luci e felicità nella fabbrica di Rosignano

La notte di Natale del ’44: una mamma con due figlie da sfollata a Solvay

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Un abete illuminato, le luci colorate, dei doni. Un babbo natale sorridente, del buon cibo da mangiare. Persino dei piatti e dei bicchieri "intatti". Tutto ciò che dovrebbe essere normale appare incredibile agli occhi di Maria Dispenza, nella notte del Natale 1944 trascorsa a Rosignano Solvay. Non potrebbe essere altrimenti, per una donna che nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale ha appena perso il marito partigiano, Nello, ucciso in un agguato dai nazisti a Careggine, in Garfagnana. Una donna rimasta sola e con due figlie piccole, Giovanna e Luciana, che decide di correre il rischio estremo di attraversare il fronte della Linea Gotica, pur di fuggire dal pericolo delle rappresaglie e cercare di raggiungere ciò che resta della famiglia d’origine, a L’Aquila in Abruzzo. "Salvarci tutt’e tre o tutt’e tre ’finire’" scrive in un passaggio drammatico della memoria che ha depositato nel 1989 all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, che riproponiamo per ampi stralci in queste pagine.

L’impresa le riesce a metà dicembre, quando trascinandosi dietro le due bambine valica l’Altissimo, monte delle Alpi Apuane, con il solo conforto di sporadiche indicazioni offerte dalle guide partigiane che si nascondono tra i boschi. Dopo una tappa a Viareggio, città affamata e affollata di fuggiaschi, ottiene un passaggio da un automezzo inglese fino a Rosignano Solvay, il nucleo urbano sorto a partire dall’inizio del Novecento vicino a Rosignano Marittimo, a pochi chilometri da Livorno, intorno al polo industriale fondato dall’imprenditore belga Ernest Solvay, titolare di uno stabilimento per la fabbricazione della soda. È un’area che ha conosciuto a fondo gli orrori del conflitto a partire il 15 giugno 1944, con il bombardamento eseguito dalle formazioni alleate che avanzano incalzando i tedeschi verso il nord Italia. Dopo quel passaggio la comunità locale, incentivata dai vertici dell’azienda, inizia a organizzarsi per vivere nei grandi rifugi situati nell’interno dello stabilimento, più sicuri delle abitazioni in caso di nuovi allarmi.

In breve il numero dei civili che cerca riparo tra i fabbricati aumenta esponenzialmente, fino a contare alcune migliaia di persone, anche perché la direzione dell’industria ha dato disposizione di destinare i generi alimentari delle mense anche ai rifugiati. Una minestra e un piatto caldo per tutti, sia per i dipendenti che continuano a mandare avanti ciò che resta della produzione, sia per gli sfollati in fuga dalle zone limitrofe. Proprio come Maria e le piccole Giovanna e Luciana, che vi approdano nelle ore gelide di una notte sempre speciale come quella della vigilia di Natale. Il trattamento che ricevono grazie anche all’efficienza del comando alleato che nel frattempo ha messo le tende tra gli edifici e la boscaglia che li circonda, consente loro di vivere una serata impensabile per quei tempi. «C’era una strana aria di festa», scrive Maria nelle sue memorie, ancora incredula dopo molti anni per quella parentesi di felicità vissuta con le figlie.

Breve parentesi, perché già il 28 dicembre sono in viaggio alla volta di Roma, dove transitano per un altro centro di accoglienza sfollati nel quale, però, ricevono un trattamento tutt’altro che umanitario. A Cinecittà i fuggiaschi vengono stipati negli stessi capannoni in cui ha preso vita il cinema italiano, e trovano ad accoglierle una "crocerossina inacidita stranamente ostile e aggressiva nei riguardi dei profughi.La ’sorella’ - racconta Maria - lesinava ogni cosa, rintuzzava e rinfacciava, con volgari insinuazioni la ’diserzione’ degli uomini dalle ’formazioni repubblichine’, assimilandoli alla calata dei barbari in cerca di prede". Per Maria, da poco rimasta vedova di un partigiano caduto per la resistenza, è davvero troppo. Si rimette subito in marcia decisa a raggiungere l’Abruzzo, una nuova impresa in cui riesce con sforzi enormi e mezzi di fortuna. Il 31 dicembre si trova finalmente al cospetto del cancello della casa paterna.

Stringe le mani delle figlie, ciondolanti al suo fianco. «Lì attaccate al cancello, a pochi passi da mio padre, dal nonno, ancora ignaro della nostra tragedia, mi sentivo e ci vedevo tre miseri fagotti di cenci. A due passi da quella porta, mi sentivo sprofondare in un abisso di sconforto. ’Papà, sono qui, misera tra i miseri, ti sono vicina e non ho il coraggio di chiamarti, di mostrarti il mio squallore, dirti il lutto e la rovina che ho dentro’. Il mio cuore gridava, ma la mia voce restava muta. Una porticina, a destra della villa, si era aperta...».

Dal diario di MARIA DISPENZA

Rosignano Solvay, Natale 1944. Ecco alcuni dei brani scelti dal diario e la testimonianza della giovane madre.

18 dicembre. I profughi a Viareggio erano "alloggiati" alla meno peggio, in locali diroccati, vuoti, privi di finestre, porte servizi igienici. La stanchezza, il freddo, gli spaventi, avevano segnato la resistenza delle mie bambine, perciò decisi di alloggiare qualche notte in albergo. Urgeva farle riposare al caldo e nutrirle con qualche pasto sano, leggero. Sedute a un tavolino, nella saletta dell’albergo, le bambine ingoiarono a stento qualche cucchiaio di minestrina in brodo e pochi fagiolini all’olio. I nostri cappottini sdruciti, le scarpe informi e il bagaglio rappresentato da una di quelle borse della spesa, fatte di mille pezzettini di triangoli e quadratini di pelle, cuciti assieme, i nostri visi tirati, le mani gonfie, graffiate. Stavamo curve sui piatti per non vedere gli occhi dei pochi avventori, che ci fissavano increduli, forse anche benevoli. Non avevamo che un desiderio, alzarci e rifugiarci in camera, che, almeno per quella notte, ci avrebbe ospitate e permesso di riposare al caldo e nel pulito! Luciana scottava! La magra cena era rimasta quasi intatta nei piatti!19 dicembre- Avevamo sognato o veramente quella notte avevamo dormito in un vero letto, con lenzuola, coperte, in una camera pulita, con acqua corrente? La stanchezza pesava ancora sulle gambe.

Ma quanto sarebbe costata un’altra notte in albergo? Al riparo dai pericoli ora mi si affacciavano le preoccupazioni pecuniarie. I pochi denari che avevo, dovevano bastarci per tutto il viaggio. Dio solo sapeva quanto sarebbe durato e quali incognite dovevamo ancora affrontare. Tormentata da forti dolori alle gambe mi trascinavo da un ufficio all’altro, cercando anche di farmi ricevere dal governatore inglese, che dicevano gentile e ben disposto. Ma come arrivare al governatore? Disperata, accasciata sul marciapiede, accanto alle figlie, non sapevo più cosa fare e a chi rivolgermi per riuscire a ripartire. Luciana e Giovanna rifiutavano il cibo. La minestra che distribuivano una volta al giorno era una brodaglia d’acqua di mare, in cui nuotavano piccoli pezzettini di carota e di sedano.La gavetta in cui veniva distribuita era un secchiello, ricavato da scatole di latta, con manico di filo di ferro rugginoso, fissato ai lati, in due buchi punzonati appositamente. I denari si assottigliavano per comperare, al mercato nero, qualche biscotto e latte.Al tramonto, al segnale del "coprifuoco", a gruppi, ci avviavamo nei palazzotti mezzo diroccati, ai quali c’avevano assegnati. In quei locali senza ripari, uomini, donne, bambini, stavamo tutti vicini, accostati, per non congelare.23 dicembre. Il 23 sera, con a fianco le figlie, mi stavo avviando tristemente verso il nostro rifugio notturno, quando mi accorsi che qualcuno fiancheggiandomi voleva dirmi qualcosa. Sottovoce mi fece capire che dovevo ascoltare, continuando a camminare, senza guardarlo e senza rispondere. Il mattino dopo, alle quattro, dovevo trovarmi, con le figlie, nel luogo della "chiamata".Ci aveva messe in lista per farci partire: ci avrebbe chiamate lui stesso e, anche se non ci avesse chiamate di seguito, dovevo rassicurare le bambine, che saremmo egualmente partite assieme, sullo stesso mezzo. "Andrà tutto bene! Altre occasioni non ci saranno! Siate puntuali!". Che sia benedetto! Sempre e ovunque si trovi! Non si erano ancora diradate le ombre della notte, quando salite su un automezzo militare inglese, partivamo, tutt’e tre, per Rosignano. Era il 24, la vigilia di Natale! 24 dicembre.

A Rosignano giunte nella tarda mattinata, fummo accolte in una grande villa, circondata da un immenso parco, contornato da bellissimi grandi alberi. Disseminate tra gli alberi, c’erano tante tende militari, grandi e piccole. Si diceva che, tra la villa e nelle tende, vi fossero ospitati un migliaio di profughi. Nelle tende, alloggiavano famiglie intere o uomini soli. Le donne e i bambini isolati, erano sistemati nelle stanze della villa. I locali, grandi, luminosi, erano confortevoli. Bagni, docce e servizi igienici, a disposizione di tutti, erano perfettamente funzionanti e pulitissimi. Io, con le figlie, eravamo sistemate in un angolo luminoso presso un finestrone che dava sul parco. Ci erano state fornite, con un largo materasso, lenzuola, coperte, asciugamani. La buona accoglienza mi aveva completamente rianimata. Stanchezza? Dolori? Spariti! Dimenticati! Tornavo a rinnovare, speranze e progetti. Anche se arrivati in ritardo per il pranzo, tutti fummo rifocillati con buoni cibi. La cena c’era stata servita a tavola, con piatti, bicchieri, posate, intatti, normali. Dopo cena c’era una strana aria di festa. Camerieri e militari circolavano indaffarati, sorridenti. Più tardi, bambini e genitori, fummo invitati a riunirci in una grande sala illuminata. Un abete, alto sino al soffitto, troneggiava, su un palco, in un angolo della sala. Dai rami, carichi di luci, penzolavano tanti doni.In quel vasto splendido salone, dal soffitto altissimo, affrescato, l’abete sembrava librarsi verso il cielo, tanto lo vedevamo alto, guardandolo dal basso.Pacchettini, sciarpine, calzettoni, maglioncini, bambole, trombette, libri, dolci e tante altre cose, erano appesi tra i fitti rami dell’abete. Lampadine multicolori e fili argentati, gettavano lampi di luce sui visetti, appuntati verso l’alto dei bambini, incantati da quella inaspettata apparizione!Mamme e papà, ammassati dietro ai propri bambini, guardavano, lacrimavano e ridevano, emozionati, sorpresi, increduli! Anche le mie figliuole, benché arrivate solo nella tarda mattinata, avevano ricevuto il loro dono, come tutti gli altri bambini, da un barbuto, bonario, tutto rosso, "Babbo Natale". In una confusione di parole, voci, nomi, gridolini e trilli di gioia, i bambini, con i loro doni, correvano felici tra le braccia delle mamme e dei papà.

A mezzanotte un Cappellano militare aveva officiato la S. Messa, benedicendo e confortando tutti. Quella notte, io e le figlie, avevamo chiuso gli occhi con la visione di un mondo sereno, fraterno, rappacificato. 25 dicembre. All’indomani, 25 dicembre, giorno di Natale, ancora sorprese! In grandi sale, erano state allestite tavole a forma di ferro di cavallo, ricoperte da candide tovaglie; bicchieri, posate e piatti tersi e tutti uguali e, su ogni tavolo, fiori e frutta, aggiungevano colore al tono festoso delle belle tavole apparecchiate. Ammutoliti dall’emozione, prendevamo via via i posti che ci erano stati assegnati, con bigliettini bene evidenziati, sentendoci sempre meno profughi e sempre più a nostro agio, in quell’atmosfera accogliente, familiare.

Pastasciutta, carne e contorni vari, ci venivano serviti con cambio di piatti, da camerieri in guanti bianchi! Dirigeva il Centro profughi di Rosignano, un Maggiore americano; un bell’uomo, dallo sguardo dolce e triste, affabile, gentile; assisteva i profughi e cercava di andare incontro ai loro "desideri" e di aiutare quelli che volevano raggiungere parenti o amici in altre località dell’Italia libera.Anch’io gli avevo chiesto di aiutarmi a raggiungere mio padre a L’Aquila. Purtroppo il maggiore non disponeva di mezzi di trasporto per L’Aquila. Con molta cortesia e delicatezza, mi aveva proposto di restare al Centro, mi avrebbe fatto avere un posto di lavoro, a me adeguato, stipendiato e alloggio e vitto per me e le figlie. 

La situazione delle comunicazioni era ancora assai caotica, perciò mi sconsigliava di proseguire il viaggio che, data la distanza da L’Aquila, per il momento, poteva essere molto disagevole. Pure riconoscendo giusto e molto generoso, quanto mi veniva offerto e consigliato, ringraziandolo avevo insistito nell’esprimere il mio desiderio di raggiungere mio padre per ridare alle figlie, al più presto una casa e una vita normale. 27 dicembreIl 27 sera lasciavamo l’ospitale Rosignano, per "imbarcarci" su un treno merci, che partiva per Roma.Con qualche centinaio di profughi, stipati su carri-merci, traballanti, sconnessi, partivamo, a notte alta, dalla stazione di Rosignano.

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