Il Tirreno

Toscana

Da Caporetto a Livorno insieme al soldato Danilo Gracci

Nicola Maranesi

Il drammatico ritorno a casa, ferito, dopo la disfatta nella Grande guerra

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Da Caporetto a Livorno, Danilo Gracci è un testimone straordinario della più clamorosa sconfitta militare subita dall’esercito italiano nella sua storia, della quale il 24 ottobre sarà commemorato il centesimo anniversario. Classe 1896, labronico di nascita, Gracci parte per la Prima guerra mondiale appena ventenne nel giugno del 1916, con la mansione di telegrafista del Regio esercito. Appena giunto al fronte viene coinvolto in un’offensiva su larga scala, la Sesta battaglia dell’Isonzo, che porta alla conquista di Gorizia, ai tempi città dell’Impero austroungarico, strappata l’8 agosto al nemico a costo di ingenti perdite umane. Gracci annota l’esito favorevole della battaglia sul suo diario, oggi conservato all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano e riproposto, per ampi frammenti, in queste pagine. Dalla sua scrittura, però, non traspaiono slanci di entusiasmo o patriottismo. «Notte terribile, buio fitto, puzzo orrendo di cadaveri che sono seminati ovunque, nel marciare ci si cade sopra o ci si monta su coi piedi. Ci manca il rancio e l’acqua, stiamo due giorni senza mangiare bevendo l’acqua putrida dei pozzi del paese».

È solo il preludio delle sofferenze che vivrà poco più di un anno dopo insieme a centinaia di migliaia di commilitoni durante la battaglia che ha preso il nome dal piccolo paese in cui gli austro-tedeschi hanno infranto le difese italiane, dilagando nella pianura friulana e veneta: Caporetto, oggi Kobarid in Slovenia. Pochi numeri bastano a riassumere la portata di quella che è passata alla storia come "la disfatta", e delle perdite subite dall’Italia nei pochi giorni che trascorrono tra il 24 ottobre 1917, giorno dell’attacco, e il 9 novembre giorno dell’inizio della battaglia d’arresto sul Piave: 300.000 prigionieri, 350.000 militari sbandati, 250.000 civili in fuga, 10.000 chilometri quadrati di territorio persi. E 40.000 tra morti e feriti. Tra questi, Danilo Gracci. A due giorni dall’inizio dell’offensiva Gracci viene ferito a una gamba durante un bombardamento. Il 27 ottobre mentre gli austro-tedeschi raggiungono il fiume Tagliamento e il comando supremo abbandona Udine per trasferirsi a Treviso, Danilo è ricoverato in un ospedale militare minacciato dall’avanzata del nemico, con due schegge di bomba nella gamba e febbre a 40. Dai ricoveri e attraverso spostamenti sofferti e fortunosi, vede sfilare la storia a fianco della sua barella.

A Palmanova, nel basso Friuli, osserva e descrive gli aspetti divenuti più noti della disfatta perché additati dai vertici militari - ansiosi di scaricare le proprie responsabilità - come segnali di una resa premeditata delle truppe. «Molti soldati sbandati - appunta - circolano nella stazione e nelle adiacenze saccheggiando quanto di asportabile trovano». Ma Danilo non dimentica di raccontare, come invece ha fatto la storia per quasi un secolo, anche le gesta eroiche compiute da reparti che animano piccoli e grandi episodi di resistenza. Come quello che ha per protagonisti i reparti di cavalleria che il 30 ottobre a Pozzuolo del Friuli intraprendono un’azione suicida pur di frenare l’avanzata del nemico e favorire la ritirata del grosso dell’esercito: «sono rimasti sacrificati per attutire l’urto delle masse nemiche», appunta Gracci. Con il sostegno di un soldato amico livornese, Danilo riesce a sottrarsi alla cattura (preferirebbe «morire subito») a mettersi in salvo oltre il fiume Tagliamento, a raggiungere la zona di smistamento di Modena ed a salire su un treno per Livorno, grazie anche all’aiuto del padre che si precipita da casa a soccorrerlo.

È l’8 novembre, e mentre il Re Vittorio Emanuele III decide l’avvicendamento al vertice del comando supremo tra il generale Luigi Cadorna, responsabile della sconfitta a Caporetto, e il successore Armando Diaz, che guiderà la resistenza italiana sul Piave fino alla riscossa di Vittorio Veneto nel 1918, Gracci entra in fin di vita, ma salvo, nella sua amata città. Nel giorno in cui compie 21 anni. «Alle ore una di notte del giorno 8 novembre (mio compleanno) giungiamo a Livorno e quindi a casa. Scampato dalla morte e dalla prigionia per divino miracolo mi sembra ancora di sognare».

Dal diario di DANILO GRACCI

Io, scampato alla morte: ora mi sembra di sognare

26 OTTOBRE 1917

Alle ore cinque di mattina ci troviamo in un gruppo di telegrafisti fuori dall’accampamento per recarci nuovamente ciascuno ai nostri posti. Un camion è pronto. Vi saliamo. Il capitano siede al volante. Dentro il camion che fila veloce verso le linee avanzate, regna sovrana la più spensierata allegrezza. Giunti presso il bosco Cappuccio (reso celebre dalla poesia "C’era una volta" di Ungaretti, ndr) io noto che si stanno piazzando alcuni obici da 149 vicino all’ex famosa linea delle frasche (la "trincea delle frasche", tuttora visitabile presso San Martino del Carso, Gorizia, ndr). Domando a qualche artigliere il perché di quell’arretramento madornale dei pezzi e, mentre il camion rallenta per lasciare passare una trattrice pesante, improvviso uno stapnel (shrapnel, ndr) di medio calibro scoppia vicinissimo a noi ed un metro da me. Sei rimangono feriti e pur io mi accorgo subito di essere stato colpito da due pallette alla coscia destra. Dai pantaloni forati esce sangue abbondante, io mi siedo e dato mano al coltello taglio subito la stoffa mettendo allo scoperto le due ferite che sono circolari e poco più grandi di un centesimo. Le pallette sono rimaste dentro. Non avendo pacchetto di medicazione tengo alla peggio le ferite con la cravatta e, come il bombardamento non cessa, mi pongo in un ricovero, li passo attendendo. Dopo un’ora un caporale di fanteria mi prende sulle spalle e mi porta correndo al posto di medicazione.

27 OTTOBRE

Alle ore 8 di mattina giunge improvviso l’ordine di sgombrare l’ospedaletto. Io sono posto in barella e con questa su di un’automobile. La ferita mi dà non poco spasimo. La gamba è gonfia in modo impressionante e il dolore è continuo e poco sopportabile, la febbre raggiunge 39. Giunge nebulosa la notizia che il nemico ha attaccato ed ha rotto la linea presso i settori della 2ª Armata. Alla mattina del 28 ottobre mi trasportano alla stazione di Palmanova. È qui una confusione da non poter neppure lontanamente figurarsi. La stazione è ingombra in ogni parte di feriti in barella ed a piedi. Da ogni parte gemiti ed urla. Molti soldati sbandati circolano nella stazione e nelle adiacenze saccheggiando quanto di asportabile trovano. Casse e bottiglie, vestimenta, scarpe, materiale d’ogni specie sono resi inservibili in brevi istanti. Ci dicono che deve arrivare un treno per i feriti ma dopo due giorni di attesa io mi trovo ancora in barella dentro i locali della stazione ed in mezzo a tanti altri feriti che non cessano di lamentarsi penosamente.

29 OTTOBRE

Ore 22. Alla luce di una lampada scorgo una faccia che non mi è ignota. La fisso: è Luigi Poletti di Livorno mio amico di studi ed appartenente al 129° Fanteria. Anch’esso ha da narrarmi le sue peripezie di quei tristissimi giorni. Era in ospedale affetto da malaria. Arrivarono i cavalleggeri prussiani e fece appena in tempo a porsi in salvo sulla strada che conduceva a Palmanova. Veduto dunque che treni non ne arrivavano e saputo che il nemico si avvicina a gran passo, dopo un breve consiglio, io e Poletti decidiamo di allontanarci da Palmanova già tutta in preda alle fiamme. Sono le ore una di notte. A stento mi alzo dalla barella, mal reggendomi in gambe, con l’aiuto di un bastone faccio qualche passo dolorando terribilmente anche perché da quasi quattro giorni non vengo medicato. Penso però fermamente che non voglio cadere ferito nelle mani dei tedeschi preferendo ciò: morire subito. Ci incamminiamo penosamente lungo il binario che conduce a S. Giorgio a Nogaro e facciamo così tre chilometri in quattro ore. Alle cinque di mattina del giorno 30 ottobre ci troviamo presso un passaggio a livello sulla strada passano incessantemente truppe di ogni arma e cariaggi di ogni genere. Veniamo raccolti da un onnibus della C. R. inglese ed il 1° novembre alle due di notte senza esserci mossi da detto onnibus (ove peraltro ci sono altri sette feriti) giungiamo a 2 km dal Tagliamento. Da due giorni non abbiamo di che mangiare. Piove dirottamente. I cavalli non possono più tirare il pesante veicolo perché anch’essi sono privi di alimento da cinque giorni. Un’immane colonna umana percorre interminabile la strada sulla quale ci troviamo. È l’intera terza armata che, priva di comando e lasciato il Carso insanguinato sul quale un Principe ed un popolo seppero vincere undici gloriose battaglie. Il dolore provocato dalla ferita è grande, ma un’altra ferita mi s’apre nel cuore. Tanti mesi ho vissuto ed ho operato allo scopo comune su quelle rocce infuocate, ed ora in volger di due giorni ciò che l’odio ed il valore nostro contro il nemico esasperato ci avevano fruttato in anni di lotta è tutto perduto ed ancor più tanto più! La triste notte del due Novembre alle ore due la vettura sulla quale sono trasportato, sprofonda col suo carico sanguinante sul fossato laterale della strada. Siamo a due chilometri dal Tagliamento. Riesco a togliermi dalla vettura ed a trascinarmi fino al piano della strada sul quale vengo raccolto, posto su di un mulo e su questo proseguo sino a passare il Tagliamento. Da qui vengo imbarellato e mi pongono su di un carretto con altri feriti e su un treno che alle ore 23 del giorno 2 novembre parte per Mestre. Le notizie che udiamo sono poco confortanti. I nostri sempre incalzati dal nemico che non dà quartiere non possono efficacemente organizzare la resistenza sul Tagliamento. Reggimenti di cavalleria che io avevo veduto sfilare incontro al cammino, sono rimasti sacrificati per attutire l’urto delle masse nemiche (sono i reggimenti "Genova" cavalleria e lanceri di "Novara" protagonisti della battaglia di Pozzuolo del Friuli, ndr). Il treno ove vengo posto è formato di tutti carri-merci e da bestiame ed è pieno di gente d’ogni qualità: profughi, soldati feriti, buoi, capre, bambini, ecc. Tutto si tenta di salvare. Poco dopo il treno parte. Alle 4 di mattina del giorno 3 novembre giunge a Mestre. Qui i feriti hanno cure amorevoli da parte della Croce Rossa ed alla stazione molte signore si avvicinano alle nostre barelle per confortarci e sostentarci. Il giorno 4 novembre mi pongono sul treno ospedale n. 21 per giungere il giorno seguente a Modena. Qui vengo ricoverato nell’ospedale di Riserva S. Paolo letto n. 43. Faccio telegrafare a casa del mio stato pregando contemporaneamente di farmi le carte per il trasferimento d’ospedale e per poter essere così curato a Livorno. 6 NOVEMBREGiunge a Modena babbo ed alla direzione dell’Ospedale arriva il telespresso del Magg. Prof. Anzillotti che autorizza il mio trasferimento nell’ospedale C. R. I. di Livorno.

7 NOVEMBRE

Completate ed espletate le pratiche posso partire con babbo alle ore 19. 19. viaggiare è un problema. I treni sono trappole umane. Alle ore una di notte del giorno 8 novembre (mio compleanno) giungiamo a Livorno e quindi a casa. Scampato dalla morte e dalla prigionia per divino miracolo mi sembra ancora di sognare.

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