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«Bella l’etichetta, ma è solo marketing»
di Lara Loreti
L’enologo di fama internazionale Attilio Pagli: «I veri vini da collezione hanno storia e grande fama»
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LIVORNO. «Un’operazione commerciale, certamente ben riuscita, ma che poco ha a che fare con i veri vini da collezione enologica». Va dritto al punto Attilio Pagli, enologo di Empoli di fama internazionale, che vanta nel suo curriculum una vasta esperienza sia in Italia sia all’estero, in particolare in Sudamerica e Stati Uniti. All’esperto abbiamo chiesto un parere sul vino del Giglio Perseo&Medusa dell’azienda Fontuccia, venduto all’asta a un prezzo da capogiro, e sul mondo del collezionismo di etichette.
Un’Ansonica del Giglio da 330mila euro a coppia di bottiglie, che cosa ne pensa?
«Mi lascia perplesso. Le bottiglie reali da collezione enologica sono sempre legate a una storia, ad anni e anni di produzione in vigne e cantine dal passato glorioso, che si siano distinte per qualcosa. Pensiamo, in Italia, a marchi come Sassicaia o Ornellaia, produzioni iniziate rispettivamente negli anni Sessanta e Settanta. In Francia, poi, ci si trova di fronte a vini che nascono nel Settecento. Ciò premesso, se parliamo di bottiglie da collezione enologicamente interessanti, mi sembra che questa operazione gigliese sia un po’ pretenziosa. Se invece ci si concentra sul tipo di bottiglia, sul fatto che sia accompagnata da un bracciale o da una etichetta esclusiva, per pochi intimi, allora ok, può succedere di tutto. Ma è marketing. Mi viene in mente che qualche anno fa a Vinitaly un produttore presentò una bottiglia con un diamante incastonato. E io stesso a inizio carriera nel 1983, lavorando per l’azienda di Gaiole in Chianti Capannelle, mi trovai di fronte a bottiglie carissime con etichette d’oro e d’argento da vendere a pochi appassionati, un po’ snob. Oggi quell’azienda esiste sempre, lavora bene, ma è nota per le sue bottiglie normali, non per le etichette d’oro».
L’Ansonica in questione viene coltivata sfidando la natura, ciò può far crescere il prezzo?
«Certo, però ci sono agricolture più eroiche del Giglio. Penso alla Valtellina o la Liguria, dove si coltiva in situazioni impressionanti. È giusto valorizzare tale lavoro, però se il criterio è questo, certi vini della Valtellina dovrebbero costare 500mila euro! Detto questo, il fatto che il prodotto del Giglio sia buono è fuori dubbio. Conosco l’azienda Fontuccia: fanno vini fantastici in vigne meravigliose, di qualità. Ma l’operazione di cui stiamo parlando a mio parere è commerciale e poco ha a che fare col vino».
Quanto sono diffuse le aste in streaming mondiale?
«Il mercato delle aste di vini da collezione è fiorente e va benissimo nei Paesi anglosassoni e nell’Est Asiatico. Nei cataloghi di Christie’s, Sotheby’s o delle aste italiane firmate Bolaffi e Pandolfini, di solito trovi vini storici come Chateau Petrus, Mouton Rothschild, Domaine de la Romanée-Conti, e tra gli italiani i toscani Sassicaia, Masseto, Biondi Santi e il piemontese Barolo Monfortino. Oppure puoi trovare un Cros-Parantoux di Henri Jayer – che a Pinchiorri in carta sta 25mila euro – ma stiamo parlando di un vino mitico della Borgogna, la cui bottiglia non ha niente di strano. Un vino non è icona dell’enologia per un diamante, che i veri collezionisti considerano kitsch».
Perseo&Medusa finirà in un fondo di investimento, è una cosa che capita spesso?
«In realtà no e mi fa piacere: è sicuramente un fatto positivo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Un’Ansonica del Giglio da 330mila euro a coppia di bottiglie, che cosa ne pensa?
«Mi lascia perplesso. Le bottiglie reali da collezione enologica sono sempre legate a una storia, ad anni e anni di produzione in vigne e cantine dal passato glorioso, che si siano distinte per qualcosa. Pensiamo, in Italia, a marchi come Sassicaia o Ornellaia, produzioni iniziate rispettivamente negli anni Sessanta e Settanta. In Francia, poi, ci si trova di fronte a vini che nascono nel Settecento. Ciò premesso, se parliamo di bottiglie da collezione enologicamente interessanti, mi sembra che questa operazione gigliese sia un po’ pretenziosa. Se invece ci si concentra sul tipo di bottiglia, sul fatto che sia accompagnata da un bracciale o da una etichetta esclusiva, per pochi intimi, allora ok, può succedere di tutto. Ma è marketing. Mi viene in mente che qualche anno fa a Vinitaly un produttore presentò una bottiglia con un diamante incastonato. E io stesso a inizio carriera nel 1983, lavorando per l’azienda di Gaiole in Chianti Capannelle, mi trovai di fronte a bottiglie carissime con etichette d’oro e d’argento da vendere a pochi appassionati, un po’ snob. Oggi quell’azienda esiste sempre, lavora bene, ma è nota per le sue bottiglie normali, non per le etichette d’oro».
L’Ansonica in questione viene coltivata sfidando la natura, ciò può far crescere il prezzo?
«Certo, però ci sono agricolture più eroiche del Giglio. Penso alla Valtellina o la Liguria, dove si coltiva in situazioni impressionanti. È giusto valorizzare tale lavoro, però se il criterio è questo, certi vini della Valtellina dovrebbero costare 500mila euro! Detto questo, il fatto che il prodotto del Giglio sia buono è fuori dubbio. Conosco l’azienda Fontuccia: fanno vini fantastici in vigne meravigliose, di qualità. Ma l’operazione di cui stiamo parlando a mio parere è commerciale e poco ha a che fare col vino».
Quanto sono diffuse le aste in streaming mondiale?
«Il mercato delle aste di vini da collezione è fiorente e va benissimo nei Paesi anglosassoni e nell’Est Asiatico. Nei cataloghi di Christie’s, Sotheby’s o delle aste italiane firmate Bolaffi e Pandolfini, di solito trovi vini storici come Chateau Petrus, Mouton Rothschild, Domaine de la Romanée-Conti, e tra gli italiani i toscani Sassicaia, Masseto, Biondi Santi e il piemontese Barolo Monfortino. Oppure puoi trovare un Cros-Parantoux di Henri Jayer – che a Pinchiorri in carta sta 25mila euro – ma stiamo parlando di un vino mitico della Borgogna, la cui bottiglia non ha niente di strano. Un vino non è icona dell’enologia per un diamante, che i veri collezionisti considerano kitsch».
Perseo&Medusa finirà in un fondo di investimento, è una cosa che capita spesso?
«In realtà no e mi fa piacere: è sicuramente un fatto positivo».
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