Il presidio
Riforma elettorale, Parrini: "Ora basta con il potere dei mini-partiti"
Il segretario regionale del Pd, è autore della legge elettorale: «Niente barricate se vorranno il voto disgiunto per Montecitorio»
ROMA. Niente più legislature «ostaggio» di micro-partiti. Appese al filo di chi rappresenta il 2 o il 3% della popolazione. Anzi meno: dei votanti. Dario Parrini, segretario regionale del Pd, è l’esperto di sistemi elettorali del partito. Ha elaborato la legge elettorale con cui è stato eletto il Governatore in Toscana nel 2015. Oggi è il deputato al quale Matteo Renzi si affida per la riforma “alla tedesca” che dovrebbe portare l’Italia alle elezioni d’autunno.
Onorevole Parrini quali sono le caratteristiche del sistema elettorale “alla tedesca” al quale sta lavorando?
«Dal sistema elettorale tedesco stiamo mutuando le tre caratteristiche a nostro avviso fondamentali: lo sbarramento al 5% che significa l’impossibilità di avere rappresentanti in Parlamento per un partito che non raccolga almeno questa percentuale di voti su base nazionale; l’elezione di metà dei candidati su collegi uninominali; la presentazione di liste corte, massimo 4- 5 nomi indicati sulla scheda, nei collegi plurinominali, necessari a riequilibrare la rappresentanza».
Questo però, non è un sistema tedesco “puro”: è un sistema tedesco taroccato.
«Non sono d’accordo con la definizione “taroccato”. Intanto abbiamo preso gli elementi fondamentali del sistema tedesco; inoltre i seggi (630 alla Camera e 315 al Senato) sono fissati dalla Costituzione e non possono essere cambiati con una legge elettorale ordinaria; il Senato, poi, è rimasto elettivo (e non rappresentativo delle Regioni) perché è stata bocciata la riforma proposta dal Pd con il referendum costituzionale».
Per Mdp manca anche il voto disgiunto a equiparare il sistema elettorale italiano a quello tedesco: la possibilità di votare il deputato di una lista e il partito di un altro schieramento.
«Questo, per noi, non è un aspetto fondamentale della legge. Inoltre, il voto disgiunto va bene per eleggere il vertice monocratico di un ente: un sindaco, appunto, o un governatore. È un sistema che io stesso ho voluto per la legge elettorale della Regione Toscana. Ma non mi pare un meccanismo virtuoso per eleggere il membro di un’assemblea rappresentativa. A conferma che non lo considero un elemento fondamentale, se venisse introdotto nella legge elettorale italiana, non farei le barricate».
Viste queste differenze, quali vantaggi porterebbe il nuovo sistema elettorale all’Italia?
«Diversamente da altri sistemi elettorali, elimina la frammentazione del Parlamento in una miriade di partitini. Secondo la tabella presentata dal politologo Roberto D’Alimonte, con questo sistema, in Italia oggi sarebbero rappresentati solo Pd, Fi, M5S e Lega, eliminando la maledizione che si sono portati dietro il Mattarellum e il Porcellum: i partitini con potere di vita e di morte sui governi».
Perché invece di inseguire i modelli elettorali altrui non ne create uno italiano?
«Il Pd ci aveva provato con l’Italicum che proponeva il ballottaggio a livello nazionale, l’unico modo per avere certezza di governabilità in un sistema tripolare. La Consulta l’ha bocciato, a seguito della sconfitta referendaria».
Ma almeno questa legge uniforma il sistema elettorale per le due Camere?
«Questa legge elettorale accoglie il doppio invito lanciato dal presidente Mattarella nel suo discorso di Capodanno: avere una norma che armonizzi l’elezione delle due Camere (dopo i problemi sorti con la sentenza della Consulta); avere una maggioranza più larga possibile sulla legge. Certo la scelta primaria del Pd era una soluzione più “maggioritaria” ma avrebbe significato avere FI e M5S in rivolta al Senato. E non era fattibile».
Quindi meglio un accordo a metà strada per andare al voto in autunno?
«La discussione sulla riforma elettorale è separata da quella sul voto anticipato. E la data delle elezioni non è nelle mani né del Pd né di M5s: è il presidente Mattarella che scioglie le Camere. Noi ci rimettiamo alle sue valutazioni e di Gentiloni».
Eppure lei all’indomani della rielezione di Renzi a segretario del Pd si disse contrario alle elezioni anticipate.
«In realtà io avrei voluto congresso a gennaio ed elezioni in primavera. Poi è andata diversamente. Comunque ad aprile ancora non c’era l’accordo sulla legge elettorale. Oggi c’è».
Pensa che il risultato del voto amministrativo possa influire sulla data delle politiche?
«Penso di no. Intanto vediamo quando riusciamo ad approvare la legge elettorale: oggi non c’è ancora il testo. Esiste però una bella cornice».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
