Italia
Toscana noir, il delitto Gucci: la maga, il killer e i soldi di sangue
Hollywood farà un film su Patrizia Reggiani, la vedova “nera” condannata per l’omicidio dell’ex marito, patron della griffe fiorentina. Lei è tornata da poco in libertà e ora si potrà godere 20 milioni di euro e un vitalizio
Cento metri dividevano la casa dall’ufficio. Cento metri nel cuore di Milano tra corso Venezia e via Palestro. Cento metri con il killer alle spalle. Alle 8.35 del 27 marzo 1995, Maurizio Gucci, ex patron della griffe fiorentina dalle G dorate, entra nel palazzo che ospita la sua società, la Vierse. Un sicario lo segue da quando è sceso in strada, estrae una Browning calibro 7.65 depotenziata e spara due colpi mentre l’imprenditore sale nell’androne.
L’OMICIDIO
Il primo raggiunge la spalla, il secondo entra nel gluteo; Gucci cade. L’assassino si avvicina e lo finisce con una pallottola in testa. Poi si volta, incontra lo sguardo di Giuseppe Onorato: il portiere del palazzo ha assistito all’esecuzione. Il killer spara anche a lui, al braccio, e scappa. In strada l’aspetta una Clio verde col motore acceso. Il complice sgassa. Spariscono.
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Sono passati 22 anni e i riflettori sulla morte di Maurizio Gucci non si sono mai spenti. Le ultime agenzie di stampa risalgono a due mesi fa. La prima riguarda l’ex moglie di Gucci, Patrizia Reggiani: condannata in via definitiva a 26 anni per essere la mandante dell’omicidio da un mese è libera. L’aspettano 20 milioni di euro in arretrati e un vitalizio annuale da 1 milione di franchi svizzeri. Lo prevede l’accordo di divorzio stipulato nel 1993.
IL FILM A HOLLYWOOD
L’altra novità viene da Hollywood: si farà un film su Gucci. Dirige Wong Kar-wai e Margot Robbie interpreterà la Reggiani. A rendere la trama avvincente sarà la torbida matassa d’interessi che nel marzo del 1995 tenne insieme una banda improbabile. Che fu smascherata «in poco più di 20 giorni» da un super poliziotto, l’ex capo della Criminalpol lombarda, Filippo Ninni.
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UN CASO DIFFICILE
«Mentre sparavano a Gucci ero a pochi metri da via Palestro - rivela Ninni - ero in auto con il mio autista. Sentimmo le sirene e ci fiondammo al palazzo della Vierse. Erano tutti lì, dicevano: “Hanno ucciso Gucci, hanno ucciso Gucci!”». La chiamata però arrivò ai carabinieri così le indagini toccarono all’Arma. «Ero solo un passante ma iniziai a curiosare, a fare il poliziotto. Colleghi e testimoni mi descrissero la dinamica». Il giorno dopo i giornali titolano: dietro l’omicidio Gucci c’è la mano di un professionista. L’occhio esperto del detective però vede il contrario: «A me sembrò un arruffone: spara a Gucci due volte e quasi lo manca, il terzo colpo va a segno ma lo uccide per dissanguamento, non si accorge del portiere e non lo elimina. Scappa sotto gli occhi di mezza Milano. I professionisti non lavorano in questo modo». Killer arruffone o meno passano i mesi e le indagini non trovano la svolta. Magistrato e carabinieri battono tutte le piste: i dissapori tra consanguinei, racket del gioco d’azzardo, viene sentito Delfo Zorzi, ex di Ordine Nuovo con affari nella moda.
CACCIA AL MOVENTE
Il telefono dell’ex moglie di Gucci viene messo sotto controllo senza risultati. Si sa solo che Patrizia Reggiani va da tempo chiedendo a chi gli capiti a tiro (giardiniere, avvocato, amiche) un contatto per uccidere l’ex marito. Non ci sono prove ma ci si fa una domanda: «Perché?». Estati sullo yacht Creole ed inverni a Saint Moritz. Negli anni ’80 dei rampanti yuppies e delle modelle aggressive, nella città dalle mille luci cristallizzata in uno slogan di Marco Mignani (“Milano da bere”), Patrizia Gucci Reggiani era una “sciura” di classe; donna eccentrica e vestale dei salotti. Era potente ma ossessionata per quanto avrebbe potuto perdere col divorzio: lo status sociale. L’incubo diventò realtà nel ’94, quando Gucci uscì per sempre di casa con un trolley. Patrizia Reggiani voleva punire il marito. Eppure non sarà arrestata finché nelle indagini non irrompe Filippo Ninni, quasi due anni dopo l’omicidio.
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LA SVOLTA
«Mi ricordo il giorno: 8 gennaio 1997. Saranno state le 22, dal centralino della Criminalpol mi dicono che un informatore vuole parlarmi. Prendo la chiamata, mi dice di avere importanti rivelazioni, vuole incontrarmi in piazza Aspromonte. Prima di muovermi chiedo qualcosa di più. Lui mi fa: “Le interessa il delitto Gucci?”». Qualche minuto dopo Ninni è in piazza Aspromonte con l’autista: «L’informatore mi disse che l’avrei riconosciuto perché aveva una giacca rossa. Scendo di macchina, gli faccio togliere la giacca e lo convinco a seguirmi in ufficio». E lì viene fuori una storia da film.
L’INFORMATORE E LA MAGA
«L’informatore - riprende Ninni - si chiamava Gabriele Carpanese, aveva vissuto per qualche anno in Sudamerica dove aveva aperto un chiosco senza fortuna. Era rientrato a Milano e viveva in una pensione infima, l’hotel Adry».. In poche settimane Carpanese diventa confidente del portiere di notte dell’albergo, Ivano Savioni. Partono delle mezze confidenze. «Carpanese raccontò a Savioni di essere stato il tesoriere di un’organizzazione mafiosa in Sudamerica - spiega Ninni - e Savioni gli spifferò del suo coinvolgimento nell’omicidio Gucci». Il portiere è un intermediario: conosce la dama di compagnia di Patrizia Reggiani, Pina Auriemma “la maga”, che gli chiede aiuto perché «la signora stava cercando un killer per uccidere Gucci».
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IL KILLER
Savioni si mette al lavoro: trova il killer (Benedetto Ceraulo) e un autista (Orazio Cicala). Uccidono Gucci e la Reggiani paga: prima del delitto e anche dopo. Ma gli uomini della banda, vogliono altri soldi dalla vedova, del resto lei erediterà un patrimonio, pensano. «Ecco cosa mi raccontò Carpanese l’8 gennaio 1997», rivela Ninni.
LA TRAPPOLA
Il giorno dopo, avvertito il magistrato, parte la trappola. «Infiltrammo un agente della Criminalpol che aveva la madre colombiana, parlava un perfetto spagnolo. Lo imbottimmo di microspie e spacciammo per “Carlos”, un killer venuto dal Sudamerica, amico del Carpanese. Fu lui a presentarlo alla banda». Per Savioni e compagni Carlos è l’uomo della provvidenza, è il sicario che può spaventare la Reggiani e convincerla a pagare evitando ulteriori coinvolgimenti. «Savioni se ne convinse e si fidava al tal punto che una sera prestò a Carlos perfino l’auto- ricorda Ninni - la portammo in officina e riempimmo di microspie». Ed è dalle intercettazioni ambientali e telefoniche che in poco più di due settimane viene fuori la complicata rete di relazioni e interessi che ha portato all’omicidio dell’ultimo Gucci. Una piramide con al vertice la mandante, Patrizia Reggiani, secondo quanto stabilito al processo. E giù giù i comprimari: gli intermediari (Auriemma e Savioni), all’autista (Cicala) e il killer (Ceraulo). Tutti condannati in via definitiva per l’esecuzione di via Palestro.
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