Il Tirreno

Toscana

Il direttore arrestato: non sapevo cosa ci fosse in quella busta  

di Lara Loreti
La Finanza davanti allla sede delle entrate di Genova
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La Finanza davanti allla sede delle entrate di Genova

Lucca, dal carcere il capo delle Entrate di Genova si difende. La Procura indaga su altre cinquanta pratiche

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INVIATA A GENOVA. La «ricompensa» per una consulenza, un regalo inatteso ricevuto «in buona fede». Così l’ex numero uno dell’agenzia delle Entrate di Genova, il manager livornese Walter Pardini, arrestato dalla Finanza, definisce la mazzetta da 7. 500 euro consegnata nelle sue mani da tre consulenti della società di vigilanza Securpol Group, sotto gli occhi delle fiamme gialle del Nucleo tributario ligure, in un ristorante di Recco. «”Tieni, questo è un regalo per te”, mi hanno detto. Ma io non ne sapevo niente, e non avevo idea che in quella busta ci fossero dei soldi. Per me poteva esserci anche un biglietto aereo». Questo lo sfogo di Pardini dal carcere di Marassi, a Genova, con il suo avvocato, Stefano Savi. Lucchese di adozione, 64 anni, già direttore dell’agenzia delle Entrate di Livorno, Pardini è accusato di corruzione per aver intascato la mazzetta allo scopo di “sistemare” un debito tributario di 20 milioni di euro (Iva, Irpef e contributi non pagati) già oggetto di accertamenti della Finanza e accumulato in più anni dalla Securpol, società molto nota nel mondo delle guardie giurate, che ha una storica sede a Livorno.
Il passaggio di denaro, filmato dalle fiamme gialle, è avvenuto lunedì sera fuori dal ristorante Manuelina, a Recco. In manette, in flagranza di reato, sono finiti anche due commercialisti e un avvocato della Securpol, tutti e tre campani, con cui Pardini era al tavolo: Francesco Canzano, 64 anni, anche lui detenuto a Genova, assistito dall’avvocato Gerardo Marocco; e poi Massimo Alfano, 48, e il legale Luigi Pelella, 57, che invece si trovano a La Spezia e sono difesi da Carlo Biondi. Sono tutti in isolamento per evitare passaggi di informazioni prima dell’udienza di convalida degli arresti, fissata per stamani, davanti alla gip Paola Faggioni.
In base a quanto appreso, Pardini da anni conosceva Pelella, ex funzionario alle Entrate a Napoli. Inoltre, la sede legale della Securpol prima di essere trasferita (secondo la finanza strategicamente) a Genova, era a Roma, dove Pardini aveva lavorato per l’Audit. Per ora, invece, — spiegano gli inquirenti — sembrano non esserci risvolti livornesi nell’indagine, ma non è escluso che emergano nuovi intrecci tra la società di vigilanza (che tra l’altro in Toscana è stata spesso al centro della cronaca per questioni legate a esuberi e contenziosi sindacali) e la permanenza di Pardini alle Entrate Livorno.
Un’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto Massimo Terrile, destinata ad allargarsi. Sarebbero una cinquantina le pratiche, di competenza di Pardini, sotto la lente di ingrandimento della Procura ligure, che sta indagando sul triennio 2014-17. E tra queste ci sarebbe anche il caso della Pro Recco, squadra di pallanuoto dell’imprenditore Gabriele Volpi, che con l’agenza delle Entrate di Genova nei mesi scorsi aveva avuto un contenzioso di cui, a quanto pare, si stava occupando proprio Pardini. Alcuni documenti inerenti questo e altri casi sono stati acquisiti dalla Finanza martedì, nel corso di una perquisizione in uno studio legale a Massa.
Ma il manager toscano respinge le accuse. Lo spiega il suo legale Savi: «Il mio cliente aveva fatto per la Securpol una consulenza sulla complessa questione del debito fiscale di 20 milioni: aveva dato loro indicazioni su come andava istruita la pratica, sui presupposti di legge e così via. Il contenzioso era in fase preliminare e non sarebbe stato curato da Pardini direttamente, ma da un funzionario. Il mio cliente avrebbe dovuto svolgere il controllo, a sua volta sottoposto a una supervisione regionale». Ma nella sua posizione di direttore delle Entrate, il 64enne poteva fare una consulenza? «Lui sa di aver sbagliato, ma il suo comportamento non è arrivato alla soglia del reato — prosegue Savi — Non ha mai promesso né fatto nulla di illecito. È molto provato dal carcere e pronto a spiegare tutto: in quella busta, che era chiusa, poteva esserci anche un biglietto aereo». Ma come accertato dagli inquirenti, i soldi erano in tagli da 50 e 100 euro e la lettera — scovata dal cane antivaluta della Finanza — era piuttosto “panciuta”.
Quella sera a Recco, al tavolo con Pardini c’era anche un commercialista genovese, Stefano Quaglia, che aveva istruito la pratica per la Securpol: lui se l’è cavata con una denuncia. Al momento dello scambio, come accertato dalla Finanza, è rimasto al tavolo mentre gli altri quattro si sono appartati appena fuori dal locale. Proprio lì, a due passi dal ristorante, si trova il residence del ristorante dove il manager toscano alloggiava quando era in Liguria. Ma la sua vera casa, è a Montuolo. Una villa nella campagna lucchese dove martedì scorso all’alba le fiamme gialle si sono presentate con un mandato di perquisizione: in casa c’erano i familiari. Nel suo studio i militari hanno trovato e sequestrato diverse carte utili all’indagine. E documenti rilevanti sono spuntati anche da armadi e pc nella sede dell’agenzia delle Entrate e nello stesso residence di Recco. L’inchiesta è tutt’altro che conclusa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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