Il Tirreno

Toscana

Il morbillo stronca 15 delfini lungo il Tirreno

di Ilenia Reali

L’allarme di Arpat: in tre mesi morti anomale I biologi rivelano: «Sistemi immunitari deboli»

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LIVORNO. Li ha uccisi il morbillo. I delfini non potevano avere scampo quando sono arrivati esausti sulla costa toscana. Moribondi, in quattro casi. O, più spesso, addirittura già in stato avanzato di decomposizione vittime di un virus che li debilita e li uccide. Un nastro che si è riavvolto 15 volte in questi primi tre mesi del 2017 sulle nostre coste. Un numero elevato che ha portato la memoria al 2013 quando si registrò un numero di spiaggiamenti quasi del doppio, 28. I ritrovamenti sono cessati da qualche settimana ma ancora, gli addetti ai lavori, non si sentono di dire che l’epidemia sia cessata. Lo potremo affermare con certezza solo in seguito. Potrebbe essere stata una coda di un’epidemia fotografata nelle regioni del sud Italia dal momento che la specie di delfino “stenella”, quella colpita, si sposta nelle acque del mar Tirreno (a differenza dei più stanziali delfini-tursiope. La possibilità di una riacutizzazione non è però esclusa.

A raccontarci che la morte dei delfini è determinata dal morbillo è un primo bilancio dell’Arpat dopo che sei delfini sono stati sottoposti ad autopsia e per tre mammiferi marini grazie alla morte ravvicinata è stato possibile fare tutti gli esami del caso. Per tre dei sei casi pur non potendo accertare che si trattava del virus si è potuto invece escludere molte altre cause di morte mentre per quelli recuperati decomposti ci si è limitati a un’analisi esterna che ha comunque fornito elementi che tendono a escludere la morte naturale o provocata dall’impatto con imbarcazioni.

«Siamo relativamente sicuri che la causa sia il morbillo», spiegano Cecilia Mancusi, biologo Arpat per il settore mare e Giuliana Terracciano, veterinaria dell’Istituto zooprofilattico del Lazio e della Toscana. «Anche se i risultati dell’autopsia sono limitati a pochissimi esemplari - entrano nel merito - sappiamo che è la causa più probabile anche per gli altri. Abbiamo molte informazioni che escludono altri motivi e comunque, in proporzione, i numeri sono interessanti. Nuove informazioni le avremo dagli approfondimenti di tipo istologico che stanno portando avanti i laboratori».

Non mancheranno comunque i temi ancora bui che i risultati degli esami più approfonditi non potranno illuminare in modo chiaro. Uno, se è solo casuale che i tre mammiferi per cui è stato accertato il morbillo fossero tutti femmine; due, quali sono le cause che portano a un aumento dei casi di morbillo. Dai 10 nel 1990 ai 22 del 2016 passando per i 42 nellanno horribilis 2013. «Ci siamo stupiti anche noi del fatto che fossero tutte femmine», dà una prima risposta Mancusi lasciando al collega del Cetu Silvio Nuti dire che «è indubbio che fisiologicamente le femmine di delfino siano diverse dai maschi ma i numeri bassisimi non ci consentono ancora di dire nulla e non possiamo far altro che pensare che sia un caso».

Diverse invece le interpretazioni che gli addetti ai lavori forniscono per l’aumento dei casi di morbillo del delfino (i numeri debbono però essere letti nella consapevolezza che è stato potenziato il servizio di recupero e l’analisi del fenomeno) che, va ricordato, non è assolutamente collegabile a quello che colpisce gli uomini. «Non si contagiano neppure tra specie diverse di delfino», chiarisce Nuti che, invece, per l’abbassamento delle difese immunitarie tra le cause inserisce «le materie plastiche che, in mare, non si sono disintegrate ma solo disaggregate entrando nel ciclo vitale degli animali indebolendone il sistema immunitario e rendendoli quindi più deboli».

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