Il presidio
«Più dignità nella morte che in un futuro incerto»
LIVORNO. Uccidere i propri cari e poi uccidersi. Come il suicidio collettivo, avvenuto a Masada per non cadere nelle mani dei Romani, che concluse la prima guerra giudaica. Come i pogrom, le violente...
LIVORNO. Uccidere i propri cari e poi uccidersi. Come il suicidio collettivo, avvenuto a Masada per non cadere nelle mani dei Romani, che concluse la prima guerra giudaica. Come i pogrom, le violente e distruttive aggressioni contro gli ebrei da parte delle popolazioni locali avvenute nell'Impero russo e in altre parti del mondo. O come per le tribù indiane vittime dei soldati blu. La morte come scelta contro un futuro che di sicuro sarà meno dignitoso. La paura di cadere in mani sbagliate. Una resistenza estenuante e poi la consapevolezza di non avere alternative alla resa. Nel passato il gesto di uccidere e uccidersi lo troviamo nelle battaglie che la storia ci racconta, oggi, nelle case e negli appartamenti di quelle persone che perdono ogni speranza. Che non hanno via d'uscita. «E la scelta della morte diventa un ultimo atto di amore. Un amore distorto», come dice la docente di filosofia politica del Sant'Anna di Pisa, Barbara Henry.
Un ottantenne a Firenze ha imbracciato il fucile e ha ucciso la moglie e la figlia disabile.
«Un po' come succedeva in passato quando c'erano degli attacchi che arrivavano dall'esterno. Per le minacce dei pogrom i capofamiglia sterminavano le loro famiglie perché non cadessero nelle mani del nemico. C'è, dietro questi fatti, una logica terribile, di un amore distorto, per cui si arriva a uccidere. Quando la necessità è così impellente, così estrema, non si vedono alternative. O ciascuna alternativa che si para davanti è più negativa. Di fatto, insomma, le alternative non ci sono. E questa è una cosa allucinante. Non a caso si chiamano dilemmi tragici o aporie tragiche. Storie di chi è arrivato a una condizione così estrema tanto che per risolvere il problema deve estirpare la vita: sia la sua sia quella di chi, come in questo caso, è più debole di lui».
Cosa scatta, secondo lei, nella testa di chi arriva a compiere questo atto di amore ma terribile?
«Queste persone erano completamente sole, immagino. Se il padre si è trovato a fare questo evidentemente sapeva che non avrebbe avuto un aiuto da nessuno per questa figlia disabile. E' un caso di alternativa senza alternativa».
Non è il primo caso. In passato, forse, accadeva meno spesso.
«Non lo so. Da una lato c'erano minori possibilità di conoscere, molte cose non venivano dette o rese pubbliche e non esistevano i mezzi di comunicazione ai livelli di oggi. Dall'altro lato forse esistevano anche più strutture sociali: c'erano le famiglie allargate, le forme di aiuto indiretto di una comunità più arcaica, più contadina che impediva che questi fatti si verificassero. Qui si sta parlando di una persona che alla fine della vita uccide se stesso, la moglie e la figlia disabile per evitare che il futuro sia peggiore della morte. Non è un vecchio che impazzisce e uccide la moglie e la figlia disabile perché le odia. Tutt'altro».
Quindi questa vita senza di loro, senza i genitori, per questa figlia sarebbe stata ancora peggiore della morte.
«Le tribù indiane uccidevano le figlie o le persone più deboli per evitare che subissero umiliazioni peggiori della morte. Questo è un caso simile a quello di pensionati, che vessati dal Fisco, si uccidono. Di persone talmente incapaci di arrivare alla fine del mese o di avere quel minimo di dignità che garantisca una vita minimamente serena che preferiscono farla finita».
E cosa si può fare per evitare nuovi casi come questi?
«Andare a fondo alle singole storie. Guardarle da dentro. Capire cosa è accaduto in questa famiglia. Partire da questo caso per andare a fondo, per dare risposte. Questo è un nuovo grande grido di aiuto. Non è un suicidio per lasciare tutto uguale. È una denuncia. È un dolore sociale».
Ilenia Reali
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