Una task force per salvare il delfino dell'Arno ferito. Gli esperti: "Ecco come potremmo agire"
Pisa, tronchi e altri oggetti trasportati dal fiume lo hanno colpito e le ferite sono infette: «Riportarlo in mare è un’operazione estremamente complicata»
PISA. È ferito il delfino dell’Arno. L’ultima piena lo ha costretto a girovagare in cerca di un posto più sicuro. La forza del fiume non ha però potuto niente contro la volontà del cetaceo che dal 31 dicembre popola le acque pisane di tornare in quella che ormai è diventata la sua nuova casa. Ma la piena gli ha lasciato sulla pelle segni dolorosi: ferite, escoriazioni. Le sue condizioni di salute preoccupano gli esperti che ora pensano di intervenire per “convincerlo” a tornare in mare.
Il delfino è riapparso ieri mattina nel tratto tra il ponte dell’Aurelia e il ponte della Ferrovia, a poche centinaia di metri dal centro di Pisa, la zona che da molte settimane ha scelto come inusuale habitat, favorito dallo strato salmastro che caratterizza il fondale del fiume e dall’abbondanza di cibo. Il mammifero marino, della specie tursiope, si è allontanato sabato scorso a causa della piena, che lo ha costretto a spostarsi di circa un chilometro nella zona limitrofa al ponte dell’A12. Un tratto di fiume più largo, dove la corrente diminuisce e aumentano le possibilità di schivare tronchi, rami e i vari oggetti trasportati dalla forza dell’acqua. Che potrebbero essere alla base di quelle strane escrescenze comparse sul fianco destro del cetaceo che, a un occhio inesperto, potrebbero sembrare delle grosse bolle. Un fenomeno che da alcuni giorni ha iniziato a impensierire anche i ricercatori e i biologi marini che quotidianamente monitorano gli spostamenti e lo stato di salute del mammifero.
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In attesa delle valutazioni dei veterinari, una prima diagnosi degli esperti parla di una serie di escoriazioni provocate dal contatto con oggetti, rami e con la vegetazione che caratterizza le sponde del fiume, aggravate da infezioni dovute probabilmente anche all’inquinamento dell’Arno.
L’acqua dolce e la lunga permanenza nel fiume hanno ammorbidito la delicata cute del mammifero che, scontrandosi spesso con quelli che sono corpi estranei in mare, provoca delle ferite che stentano a rimarginarsi anche per la scarsa salinità delle acque del fiume rispetto a quelle marine. «Siamo in attesa delle risposte e delle valutazioni dei veterinari, ma potrebbero essere escoriazioni provocate dal contatto con la vegetazione o con il materiale trasportato dall’Arno, successivamente infettatesi», sottolinea Cecilia Mancusi, biologa del settore mare dell’Arpat, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale che insieme ai ricercatori del Cetus (centro di ricerca viareggino che monitora il branco di circa 250 tursiopi che staziona nella zona marina tra l’Arno e la Versilia) controlla giornalmente le condizioni del cetaceo. Diventate preoccupanti anche dopo la pubblicazione sul Tirreno di una foto che, inequivocabilmente, mostra i segni della sofferenza fisica del mammifero, dando un’ulteriore spinta alla pianificazione di un’operazione per cercare di riportare il delfino nel suo habitat naturale.
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Numerosi i dettagli ancora allo studio degli esperti per organizzare quella che è ritenuta un’azione «estremamente complicata e delicata», che potrebbe essere messa in campo nelle prossime settimane con il supporto di diverse imbarcazioni e “barriere” fisiche o sonore per cercare di spingere verso il mare il cetaceo. Il cui ritorno nella zona limitrofa al centro di Pisa ha ripopolato i lungarni di decine e decine di curiosi, riuniti per assistere alle evoluzioni dell’animale diventato una vera e propria star, che rischia però di eclissarsi a causa di condizioni di salute non ottimali e un habitat non naturale scelto, per motivi ancora sconosciuti, dall’esemplare adulto (circa vent’anni) di tursiope.
Che, con il ritorno verso la città, ha scritto una nuova pagina di una favola iniziata lo scorso dicembre, quando il delfino ribelle ha deciso di sfidare le leggi della natura dimostrando, in oltre due mesi, di poterle sovvertire.
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