Il Tirreno

Toscana

Quello stupore per una presenza che pare irreale

di SIMONE LENZI
Quello stupore per una presenza che pare irreale

di SIMONE LENZI Certo, sarebbe meglio se non ci fosse. Se non fosse lì, a pochi metri dal Gabbiano, che basta scendere le scalette, dare due bracciate e puoi toccarla. Sarebbe meglio se non fosse...

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di SIMONE LENZI

Certo, sarebbe meglio se non ci fosse. Se non fosse lì, a pochi metri dal Gabbiano, che basta scendere le scalette, dare due bracciate e puoi toccarla. Sarebbe meglio se non fosse successo, sicuro. Ma c’è, è successo, ed è lì. La Sigma, un cargo di 128 metri battente bandiera liberiana, ha mollato l’ancora e un vento a cinquanta nodi l’ha spinta fra i flutti verso terra, fino a farla incagliare. Il Viale Italia allora si è intasato di una coda di macchine: vanno tutti a vederla, a fotografarla. La mettono su Facebook, la commentano: ci sono i marinai, veri o presunti, che spiegano la dinamica dell’accaduto, quelli che rievocano incidenti simili, quelli che addossano colpe e la passano in giudicato prima dell’esito dell’inchiesta. Io invece preferisco restare un passo indietro e fermarmi allo stupore. Lo stesso stupore sinistro che coglie chi nota una cosa del tutto fuori posto, come chi, passeggiando sul bagnasciuga, scorga d’improvviso l’enorme corpo bianco di una balena spiaggiata o chi trovi una conchiglia fossile rappresa nell’argilla, su una collina che il mare non tocca da un milione di anni.

Lo stupore immenso che ci provocano le cose fuori prospettiva e fuori posto, dicevo, e che, per questo, cambiano, in un attimo, la prospettiva stessa da cui guardiamo il mondo e mettono in discussione la nostra stessa certezza di avere, in esso, un posto ben definito e sicuro. Lo sapeva bene Hitchcock che nel suo capolavoro “Vertigo” mette una nave enorme sullo sfondo della discesa di Lombard Street, a San Francisco, quasi ad incombere sui personaggi. Lo sa Sorrentino, che usa la Concordia, rovesciata su un fianco a pochi metri dagli scogli del Giglio, come metafora dell’esito esistenziale del protagonista de “La Grande Bellezza”: un uomo che è stato spiaggiato dalla sua stessa vita ma che forse, da quella estrema prospettiva, può tornare di nuovo in contatto con se stesso. Lo stupore, anche, per l’impaccio delle cose grandi, quando le osserviamo dibattersi nelle strettoie. Lo sapeva Baudelaire quando canta dell’albatro che zampetta goffamente sul ponte della nave: “le sue ali di gigante gli impediscono di camminare”, perché quell’enorme uccello sarebbe fatto per il cielo, per guardare i marinai dall’alto e certo non per offrirsi ai loro scherzi. Così come la Sigma, con i suoi 128 metri, sarebbe fatta per solcare in mare aperto su fondali profondi ed invece oggi è qui, a pochi metri dalla scaletta del Gabbiano, con le eliche intrappolate fra gli scogli.

Così, dicevo, per questo immenso stupore il Viale Italia si è riempito di curiosi che guardano un grande mostro marino offrirsi agli obiettivi fotografici di chi vuole rubarne l’immagine. Lo sapeva bene Coleridge, sebbene non esistessero ancora gli smartphone per fare le fotografie, quando definì il suo vascello fantasma, dimenticato da Dio e dagli uomini in una patana senza fine, “as idle as a painted ship upon a painted ocean”: immobile come fosse dipinto su un oceano dipinto. Perché ci sono dati del reale che quando li guardiamo dalla prospettiva insolita di una vicinanza. estrema, assumono la consistenza dei sogni. Lo sapeva Fellini quando in “Amarcord” fa scorrere l’enorme corpo nero e lucente del transatlantico accanto alle barchette di quei riminesi curiosi che erano andati a salutarlo. Forse però, meglio di chiunque altro, lo sanno i bambini che vanno a vedere la Sigma per mano a babbo e mamma, e sgranano gli occhi dalla meraviglia. Che certo, sarebbe meglio non ci fosse, che non fosse lì a pochi metri dalla riva. Ma c’è, e per loro, è quella che un altro poeta definì “allegria di naufragi”: non so se è possibile sperarlo, ma possa la Sigma riprendere presto il suo viaggio.

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