Il Tirreno

Toscana

«Il nostro lavoro: dare un nome ai corpi»

di Melania Carnevali
«Il nostro lavoro: dare un nome ai corpi»

Dopo l’autopsia vengono cercati segni distintivi e inseriti in un database: ecco come operano gli esperti

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LIVORNO. Per distinguerli vengono usatele tabelle. Maschio, femmina. Trent’anni, 40. Castano, biondo. Scarpe numero 46. A volte le caselle rimangono bianche. Indefinito. Come se a malapena fossero persone. E lì, la speranza di capire chi sia si azzera. «Quando un cadavere arriva sul lettino sono tre le cose da capire - spiega Alessandro Bassi Luciani, medico legale - chi sia, da quando è morto e di cosa». Ma non sempre le risposte arrivano. Troppo decomposto, pochi dettagli, nessuna denuncia nei paraggi e quel corpo rimane senza identità. Come un fantasma passato per caso.

Sono 1.868 in Italia i cadaveri senza nome in Italia. Chiusi in celle frigorifere degli obitori in attesa di un reclamo, mai arrivato. Quelli trovati in Toscana sono 43. Sono stati recuperati in mare, in un fiume, abbandonati in una cava o in dirupo. Interi o senza testa. Riconoscibili o ricoperti di larve. E poi inseriti nel registro nazionale dei cadaveri non identificati con un numero: uno, due, tre, quarantadue. Come fossero documenti da archiviare.

«Circa sette anni fa - racconta l’esperto - avevamo deciso di tenere oltre il tempo (in genere un anno, ndr) il cadavere di un uomo in obitorio. Avevamo notato che, in vita, aveva subito un intervento neurochirurgico ed era un elemento molto caratteristico. Così abbiamo deciso di aspettare a seppellirlo. Rimase 5 anni nella cella. E un giorno arrivò la figlia con tutti i documenti di quell’intervento. È stato bello dare un volto a quel cadavere e dare il corpo del padre alla figlia».

Quando viene trovato un cadavere si attiva subito la Procura del posto che dispone l’autopsia del corpo per capire se ci sia dietro un reato. I medici forensi incominciano a scavare dietro quell’identità. Iniziano con i tratti somatici, il colore dei capelli, gli occhi, l’altezza, il peso. E poi i vestiti, gli oggetti personali, i tatuaggi. E ancora più a fondo: l’esame della dentatura, la ricerca di operazioni, il dna. Dettagli di un puzzle senza pezzi.

Tutte le informazioni vengono poi inserite in un database. E così, da una parte c’è l’elenco delle persone scomparse in Italia (che sono tantissime: dagli anni Settanta ad oggi se ne contano circa 31 mila), dall’altra quello dei cadaveri senza nome. Incrociando questi dati si cercano le “coincidenze”. «Una volta - racconta Alessandro Bassi Luciani - veniva fatto manualmente, cercando caso per caso. Adesso le tecniche si sono affinate e bisogna dire che l’Italia in questo dà il buon esempio». Dal 2010 esiste un sistema informativo, il Ri.Sc (acronimo di ricerca scomparsi), messo a disposizione delle forze di polizia che permette di confrontare i dati biometrici delle persone scomparse - ovvero la misurazione delle variabili fisiologiche, come le dimensioni del cranio e la conformazione dello scheletro, che permettono di identificare un individuo - con quelli dei cadaveri non identificati in un lampo. Lo stesso sistema che ha permesso, ad esempio, di identificare 14 anni dopo il corpo di uomo annegato nel Po: Andrea Villani, del 1962, di origini ferraresi. Il suo cadavere era riaffiorato il 2 giugno 2002 dalle acque del fiume Torino. Il corpo era talmente decomposto che nessuno era riuscito a dargli il nome. Poi nel 2015 il corpo viene però riesumato e la polizia scientifica nota, su un braccio, il tatuaggio di un lupo che ulula alla luna. Lo stesso di una persona scomparsa da 14 anni. Dallo scorso anno la regione Toscana - seguendo il modello di Milano - ha attivato una cabina di regia in prefettura per facilitare l’identificazione dei corpi senza nome. «La prefettura ha un ruolo di sopporto alle attività della Procura - spiega Anna Maria Santoro, dirigente del soccorso pubblico della prefettura di Firenze - Quando viene trovato un cadavere, tutto parte nell’ambito penale con le Procure. Se si capisce che la morte non è collegabile a un reato, allora entriamo in campo noi e affidiamo il corpo alla medicina legale di Careggi per approfondire le ricerche e inserire i dati nel database». Quello che manca ancora, dice la dirigente, e che invece aiuterebbe molto l’identificazione dei cadaveri, è una banca data del dna. Senza quello, ci si affida ai dettagli («che a volte non sono nemmeno affidabili - dice Santoro - una maglietta rosa, in realtà poteva essere rossa»), ma spesso gli incroci dei database non danno risultati e quei cadaveri continuano a essere persone morte senza identità.

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