Il Tirreno

Toscana

Nuovo governo, resta inascoltato il voto del referendum - L'editoriale

Luigi Vicinanza
Nuovo governo, resta inascoltato il voto del referendum - L'editoriale

Dopo gran parte del 2016 bruciato in una logorante e bugiarda campagna elettorale, buona parte del nuovo anno andrà perduto nelle disquisizioni sui sistemi elettorali. Il trionfo della politica politicante.

3 MINUTI DI LETTURA





Ha un compito arduo il governo Gentiloni. Il 64º esecutivo dell'era repubblicana appare già vecchio, nonostante si presenti come nuovo alle Camere da cui deve ricevere la fiducia. Il senso di già visto non è solo nei nomi e nei volti di ministri e sottosegretari di rango, alcuni dei quali si sono scambiati di ruolo dopo che il ministro degli Esteri ha occupato la poltrona lasciata vuota la notte del referendum dal presidente del Consiglio. La continuità con l'esperienza renziana è emersa ancor di più, nella sua nettezza, dall'indicazione giunta dalla direzione del Pd, l'azionista di maggioranza di questo esecutivo. Mentre Gentiloni saliva al Quirinale per farsi approvare da Mattarella la lista dei ministri, Renzi, Orfini e il gruppo di comando del Pd ribadivano la scadenza ravvicinata del governo appena formato. Con una priorità: varare una nuova legge elettorale per andare al voto al più tardi a metà dell'anno prossimo. Elezioni, elezioni, elezioni.

Una scelta quasi obbligata dopo la sconfitta netta incassata da Matteo Renzi. Un azzardo che si aggiunge all'azzardo di aver voluto trasformare il referendum costituzionale in un improprio plebiscito sulla figura del premier-segretario. In una continua rincorsa alla legittimazione elettorale, sta passando in secondo piano il malessere sociale manifestatosi con la vittoria del No.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.14556859:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2016/12/12/news/varato-il-governo-gentiloni-ecco-chi-sono-i-ministri-1.14556859]]

Nelle dichiarazioni di intenti il governo Gentiloni dovrà occuparsi delle crisi bancarie, a partire dal Monte dei Paschi, e dell'assistenza alle popolazioni terremotate dell'Italia centrale. C’è da augurarsi che davvero ciò accada. Ma in sei mesi scarsi - l’arco temporale che sia il Pd che Grillo e Berlusconi concedono all’esecutivo - e una maggioranza al Senato sotto l’ipoteca di Verdini e dei suoi, è improbabile che si riesca ad andare oltre l’emergenza. Così, dopo gran parte del 2016 bruciato in una logorante e bugiarda campagna elettorale, buona parte del nuovo anno andrà perduto nelle disquisizioni sui sistemi elettorali. Il trionfo della politica politicante.

Se nei mille giorni ormai alle nostre spalle il riformismo di Renzi si è mostrato debole, senza riuscire a sfondare oltre il recinto dei suoi sostenitori, i prossimi mesi si prospettano ancora più incerti. C’è grande confusione sotto il cielo, ma a differenza di ciò che sosteneva Mao Tse Tung, la situazione non è affatto eccellente. Il dividendo politico rischia di essere incassato dal Movimento Cinque Stelle in leggero vantaggio, ancora di qualche punto - secondo il sondaggio pubblicato domenica dal “Corriere della sera” - sia sul Pd che sul centrodestra. È facile immaginare quale sarà la loro campagna: vogliono cambiare la legge elettorale, l’Italicum rottamato prima ancora di essere sperimentato, per impedirci di vincere.

Nel ribaltamento dei conflitti, comune ormai a tutto l’Occidente, la competizione elettorale non si consuma più tra destra e sinistra, così come è avvenuto nel corso del secolo scorso. La contrapposizione si svolge tra forze considerate dentro il sistema e quelle anti-sistema. I millennial, i giovani nati a cavallo del Duemila, sono vittime e protagonisti di questa contraddizione sociale: più poveri dei loro genitori e dei loro nonni, condannati a un precariato lavorativo - e spesso dunque anche affettivo - esclusi dai meccanismi decisionali. Hanno votato in massa per il No. La questione generazionale oggi è la questione delle questioni.

Diseguaglianze, ingiustizie sociali, risparmi minati dalle turbolenze bancarie; il riformismo del partito di Renzi avrebbe dovuto camminare su gambe più lunghe.

Quando, spodestato Letta da Palazzo Chigi, l’ex sindaco di Firenze si insediò aveva davanti a sé due obiettivi da raggiungere: primo rimettere in moto l’economia e dare una spinta ai consumi delle famiglie; e così arginare il populismo sovversivo. Né l’uno né l’altro obiettivo sono stati centrati. Illusorio credere che ci riesca il governo Gentiloni, così uguale al precedente e invece così dissimile.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera