Il Tirreno

Toscana

Aggredita con l'acido: "Ricordo come degli aghi nelle pupille. Vivo con il terrore di rincontrarlo"

di Melania Carnevali
Guia Frosini
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Guia Frosini

Livorno: un anno e mezzo dopo l'agguato nella sala scommesse, Guia si racconta: "Da allora sto sempre in dormiveglia come se nella stanza ci fosse qualcuno"

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LIVORNO. «Quella notte rimasi sveglia, con gli occhi bendati. Pensavo e ripensavo a cosa fosse successo, al suo sguardo. Adesso dormo tre ore al massimo. Poi mi sveglio. E rimango in dormiveglia, come quando hai un bambino neonato e non riesci ad addormentarti completamente perché sai che prima o poi piangerà. Solo che nell’altra stanza non c’è nessun bambino». La vita di Guia Frosini, 57 anni, livornese, si è fermata al 24 maggio del 2015. Erano le sette di sera, quel giorno, quando Davide Vecchio, un cliente della sala scommesse Snai dove lavorava, vicino alla stazione di Livorno, entrò nel luogo di lavoro e le gettò addosso una bottiglia intera di acido. La riteneva “colpevole” di essersi intromessa in una relazione che nemmeno esisteva, tra lui e una collega di lei.

Adesso Guia dall’occhio sinistro vede il mondo annebbiato: la cornea è lesionata. Anche quella destra è leggermente compromessa e sul polso sinistro una cicatrice scorre sul punto dove l’orologio si è bruciato insieme alla pelle.

Ma tutto doveva finire lì, con l’arresto di lui. Basta sguardi che fanno raggelare il fegato. Basta offese, basta minacce. Lui non esiste più. Si ripete ogni giorno Guia. E invece l’incubo continua nella veglia, sotto forma di lettere che l’uomo manda dal carcere alla sua collega, quella che ha perseguitato per due anni interi a suon di fiori e minacce, prima di essere arrestato. Sei lettere in un anno: ancora minacce, odio, dichiarazioni di un amore che non c’è. L’ultima, a ottobre, ha convinto il giudice Angelo Perrone a riavvolgere il processo(già in fase dibattimentale) e a iniziare tutto daccapo, cambiando il capo di imputazione (di uno dei due processi a carico di Vecchio) da ingiurie a stalking. Tra poco inizierà anche l’altro processo, quello che vede Vecchio imputato per l’aggressione con l’acido.

Dalla sala di casa sua, nella periferia di Livorno, Guia adesso parla di una paura che non se ne vuole andare. Ha le mani incrociate, talmente strette da farsi male. Sulla palpebra sinistra una cicatrice di un vecchio incidente che accentua il “difetto” del dopo aggressione. Quella data la ripete più volte: «il 24 maggio del 2015».

VIDEO Le immagini dell'aggressione

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Guia, cosa prova a sapere che il suo aggressore continua a scrivere lettere alla sua collega?

«È un incubo. Io vivo nel terrore di poterlo rivedere. Anche perché lo hanno visto due volte in giro insieme agli assistenti sociali(attualmente Vecchio si trova nella comunità di recupero dell’Asl Graziani, ndr). E una volta sono venuti qui vicino. L’idea di rivedere quegli occhi mi terrorizza».

È passato più di un anno da quel giorno. Cosa ricorda?

«Tutto. Mi ricordo anche il colore della bottiglia: era bianca, con il tappo rosa, dentro una busta verde».

Come fa a ricordarsi un dettaglio così?

«L’avevo notata già nel pomeriggio. La teneva sotto il braccio. Mi aveva incuriosita, ma non avrei mai pensato che potesse essere acido. Pensavo fosse shampoo. Lo abbiamo tenuto d’occhio fino a quando non se n’è andato».

Poi però è tornato…

«Sì, stavo uscendo da lavoro quando me lo sono trovato davanti. Ho visto che voleva entrare e mi sono fatta da parte per evitare problemi. Ma, appena entrato, mi ha schizzato l’acido negli occhi, poi mi ha rovesciato il resto della bottiglia addosso, da testa a piedi».

Ha realizzato subito cosa stava succedendo?

«All’inizio, dall’odore, pensavo fosse benzina e ho pensato “ora mi dà fuoco”. Poi ho sentito gli occhi bruciarmi e ho capito. Sono corsa in bagno a lavarmi. Mi gettavo litri e litri d’acqua addosso e continuavo a non riuscire ad aprire gli occhi. Sentivo come aghi piantati nelle pupille. Però il fatto che abbia avuto il riflesso di sciacquarmi è ciò che ha limitato i danni fisici. Per il resto, la qualità della mia vita è peggiorata».

È cambiato il suo rapporto con l’uomo?

«Non mi spaventa la figura maschile. Mi spaventa trovarmi in situazioni in cui posso non avere il controllo. Una sera, ad esempio, andai a trovare mia mamma all’ospedale; mi sono trovata un ragazzo straniero davanti che barcollava, credo fosse ubriaco. E mi sono pietrificata. Ero terrorizzata. Non sapevo cosa fare. Ma non perché era straniero o uomo, ma perché sapevo di non avere il controllo della situazione. Alla fine sono tornata indietro. Sono andata in macchina e mi sono chiusa dentro».

Se fosse stata una donna, avrebbe avuto paura?

«No. Ma ripeto non è legato al genere, ma al fatto che io adesso mi sento molto più debole di fronte alla vita. Non sono più uscita di casa la sera da quel 24 maggio. Il pomeriggio esco solo in compagnia. Non riesco nemmeno ad allontanarmi da Livorno. E ho attacchi di panico frequenti. Partono da soli, senza motivo».

L’Acid survivors trust international sostiene che i casi di attacchi con l’acido siano in aumento. Si è data una spiegazione?

«Credo che questi attacchi nascondino una condizione di disuguaglianza di genere, ma il punto è anche un altro: lo sapete quanto costa l’acido? Non è come una pistola, si compra come il pane».

E allora quale potrebbe essere la soluzione?

«Io avevo proposto di toglierlo da tutti i supermercati (ride, ndr). Ma almeno limitarne la vendita. È un’arma».

Lei aveva denunciato Vecchio prima dell’aggressione. Ma non è bastato. Non si è sentita tradita dalle forze dell’ordine?

«No, la colpa non è dei carabinieri. Non avevano gli elementi per arrestarlo. È vero che la mia collega aveva fatto più denunce a partire dal 2014, prima per ingiurie e poi per stalking. Lui continuava a mandarle fiori, biglietti, ad aspettarla dopo il lavoro chiedendole sempre un minuto. Poi un giorno, senza motivo, minacciò me: mi disse che mi avrebbe uccisa. A quel punto l’ho denunciato. Sembrava che si fosse tranquillizzato, a parte le offese che erano continue».

Cosa ha pensato il giorno dopo l’aggressione?

«Pensavo a mia figlia che si sarebbe dovuta sposare due mesi dopo. Credevo di perdere la vista e di non poterla vedere con il vestito da sposa».

Da quel giorno non è più tornata a lavorare. Lo farà?

«Sì, ma non lì. Ho il rifiuto di quel posto. Inoltre, non mi sentirei sicura. All’epoca, dopo la denuncia, non avevo nemmeno una guardia giurata che mi accompagnasse all’auto la sera. Mi mettevo le chiavi tra le dita, a mo’ di arma. Tornerò a lavorare sì, appena troverò qualcosa. È un modo per tornare alla vita. Cosa che ora non riesco a fare».

È appena uscito il film su Lucia Annibali, lo ha visto?

«Sì e ho pianto. Molto. (Fa una pausa lunga, fissa lo schermo della tivù spenta davanti a lei, poi riprende). Lei ha avuto conseguenze devastanti rispetto alle mie. Ma entrambe siamo state violate nella nostra sfera intima. Qualcuno è entrato nella nostra vita e si è preso il diritto di scardinarla. Ha lasciato qualcosa che...Non so descrivere cosa sia. Paura, forse. O rabbia. Non ho una parola, ma solo una sensazione che è qui». E si mette una mano sul petto, vicino al cuore.

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