Il Tirreno

Toscana

Le iene a livorno

Gregorio De Falco ribalta il caso Moby: «Si potevano salvare»

di Sandro Lulli
Le iene insieme a Gregorio De Falco al Porto di Livorno
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Le iene insieme a Gregorio De Falco al Porto di Livorno

La trasmissione di Italia 1 torna sul disastro marittimo e intervista l’uomo della famosa frase gridata a Schettino

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LIVORNO. Ore 14,30, il porto inondato di sole, scalinata del Molo Mediceo, a duecento metri dalla sede della Guardia Costiera, a venti dalla lapide commemorativa della tragedia del Moby Prince, 10 aprile 1991. Centoquaranta morti. Il comandante ha un sussulto, mi guarda - stavamo facendo due chiacchiere - come a voler dire «addio relax…». Ed è così. Però cosa fai? Gli dici non parlo, andate via.

Gregorio De Falco, l’uomo della famosa frase gridata a Schettino che aveva abbandonato la Concordia, dopo quella scellerata manovra («Torni a bordo») non è persona che svicola: ha il coraggio di difendere le proprie idee costi quel che costi. quello che è accaduto dopo è noto: trasferimento a Napoli, ufficio del Demanio militare («Eh, ma ho già una lista di cose da fare, almeno una ventina»).

La Iena (Gaetano Pecoraro) va all’assalto: abito nero, microfono aperto. Alle sue spalle l’autore del programma Luigi Grimaldi. «No, no, no, fermi!», esclama l’operatore Francesco Bastat. «Troppo sole, troppa luce, qui non si può». E aggiunge: «A Milano tre ore fa 12 gradi, qui 24, beati voi».

Trasferimento sul ponte girevole. Luce perfetta, quaranta minuti di botta e risposta. Il comandante De Falco, che ripete ciò che ha riferito in tre audizioni alla Commissione d’inchiesta parlamentare, è di una lucidità impressionante. Certi passaggi mettono i brividi.

Che cosa sostiene il comandante De Falco, dall’alto della sua esperienza? «Che quella notte si doveva valutare se mezzi e uomini fossero sufficienti, che si doveva guidare e coordinare i soccorsi andati tutti verso l’Agip Abruzzo, mentre la Moby, a trecento metri dall’impatto, venne avvistata dopo un’ora e venti minuti».

Poi un parallelo e una riflessione amara: «Sull’Agip Abruzzo tutti salvi, sulla Moby tutti morti, tranne uno…». E aggiunge: «Si dovevano allertare le navi in rada, fare ricognizioni anche con elicotteri, dovevano essere chiesti aggiornamenti frequenti…».

Infine l’affondo di De Falco: «È stato detto che sulla Moby in fiamme, se non c’era via d’uscita, non c’era neppure via d'entrata: non è così, con getti d’acqua per raffreddare, tute antincendio e respiratori avrebbero potuto aprire una via di fuga. E nel salone Deluxe, dove si poteva resistere per due ore alle fiamme, il bravissimo equipaggio aveva fatto convergere la gran parte dei passeggeri».

L’inchiesta giudiziaria ha stabilito che dopo trenta minuti sul Moby erano tutti morti, e così tutti assolti coloro che coordinavano i soccorsi. Questo della morte entro mezzora è un punto chiave. Gregorio De Falco è fermo: «Su una nave di 140 metri, con tanti ponti, alta come un palazzo di quattro piani, non si muore tutti in trenta minuti». Appuntamento su Italia 1, tra una decina di giorni.

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