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Per abortire bisogna pagare, anche negli ospedali toscani
Secondo "Sì Toscana", le donne che vogliono velocizzare i tempi sono costrette a «scegliere il chirurgo e spende fino a 1.500 euro»
FIRENZE. Si scelgono il chirurgo per l’aborto. E questo “privilegio” costa da 800 a 1500 euro, in base al medico indicato. Avviene negli ospedali fiorentini, ma anche «in altre strutture ospedaliere della Toscana». Questa pratica non influisce sulle liste d’attesa perché - come vuole la legge - «l’interruzione volontaria di gravidanza è garantita all’interno degli ospedali», a tutte le donne. Ma «è odioso fare cassa sulla pelle delle donne», denunciano Paolo Sarti e Tommaso Fattori, consiglieri regionali di Sì Toscana. Perciò invitano la Regione a ridurre negli ospedali i medici obiettori di coscienza. Solo così la libertà di scelta per l’interruzione di gravidanza «sarebbe davvero totale». E non sarebbe discriminata in base al censo.
La materia è spinosa. E si presta all’equivoco, oltre che alla polemica. Ma Sarti e Tommasi la sollevano ora che Enrico Rossi, governatore della Toscana, torna a bomba con la necessità di abolire l’intramoenia: la libera professione all’interno degli ospedali. Già nei giorni scorsi, difendendosi dagli attacchi del Pd toscano, Rossi ha precisato di aver chiesto una legge nazionale sulla materia e di non voler intervenire con una norma regionale. Ma il Pd toscano gli ricorda di aver preso posizione a difesa dell’intramoenia. Che, invece, per Sinistra Toscana è un sistema da abbattere. Soprattutto se in situazioni così delicate come l’interruzione di gravidanza consente la possibilità di scelta del chirurgo «per la fase più delicata del procedimento. Una possibilità, fra l’altro, consentita solo a una parte delle pazienti: quelle più benestanti. Alle altre, la scelta del chirurgo di fiducia è negata».
In questo sistema - è la tesi di Sarti e Tommasi - ci sono vari aspetti da riformare. Intanto si deve evitare di «lucrare su un’operazione che chiude una scelta spesso difficile e dolorosa per una donna, introducendo un’insopportabile distinzione di censo (reddito) tra chi può pagarsi il servizio in tempi brevi e la maggior parte della popolazione». In secondo luogo la garanzia all’aborto - proseguono i consiglieri regionali - si scontra «con l’alto numero di obiettori di coscienza che in Toscana arriva al 56,2% dei medici, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute». Per Sarti, dunque, siamo di fronte a uno scandalo «etico» più che a un disservizio sanitario «dal momento che, grazie all’impegno delle ostetriche, non si creano liste di attesa nel settore delle interruzioni di gravidanza, malgrado il ricorso alla scelta del medico per l’intervento finale. Una scelta che spesso può anche essere condizionata. E che anche se non è condizionata resta immorale». Da qui la richiesta al governatore Rossi «di compiere passi concreti per abolire questa pratica negli ospedali toscani, dove il 40% dell’utenza è straniera. E queste donne non hanno certo i soldi per potersi scegliere il medico di fiducia per farsi praticare l’aborto. Un’ulteriore discriminazione, dunque».
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