Il presidio
Sting dal magistrato per tornare pulito
Infangato dai tabloid inglesi per il caporalato nei suoi vigneti si è presentato in Procura a Prato. Il pm: lui non c’entra niente
PRATO. Per un convinto sostenitore di Amnesty International e dei diritti umani in generale, essere accostato ai mercanti di schiavi dev’essere difficile da sopportare. Per questo ieri mattina Gordon Sumner, in arte Sting, si è presentato al Palazzo di giustizia di Prato, dove ha avuto un breve colloquio col procuratore capo Giuseppe Nicolosi e coi sostituti Antonio Sangermano e Laura Canovai.
Con una visita a sorpresa, il sessantacinquenne ex frontman dei Police, è venuto a chiarire e a farsi confermare che lui non c’entra niente con l’inchiesta sul caporalato nei vigneti del Chianti, le indagini avviate da Sangermano e Canovai che la scorsa settimana hanno portato all’arresto di alcuni componenti della famiglia Coli, soci dell’omonima azienda di Tavarnelle Val di Pesa, accusati di aver fatto lavorare senza contratto, a 4 euro l’ora, immigrati e richiedenti asilo reclutati dal “caporale” pachistano Tariq Sikander.
In realtà gli inquirenti avevano già spiegato che alcuni immigrati erano stati trovati a lavorare sui terreni del Palagio, la tenuta di 140 ettari acquistata nel 1999 da Sting a Figline Valdarno, ma che il cantante era all’oscuro di tutto. I terreni erano stati presi in affitto dalla Montostoli srl dei Coli che vi avevano “esportato” il loro modello, ritenuto illecito dalla Procura. Dunque Gordon Sumner non aveva motivo di preoccuparsi.
Ma la notizia, ripresa dalla stampa anglosassone, era uscita in termini un po’ più drastici e meno rassicuranti in Inghilterra. In particolare sul tabloid Sun, nell’edizione on line del 14 ottobre si poteva leggere che la lussuosa proprietà di Sting era “at the centre of a police investigation into illegal migrant labour”, cioè al centro di un’indagine di polizia sul lavoro irregolare dei migranti.
Una formulazione che forse ha fatto temere al cantante che si potesse ingenerare un equivoco. E così, dopo aver dichiarato al Guardian di essere “saddened and distressed”, cioè rattristato e afflitto per la vicenda, mister Sumner ha deciso che era il caso di fare un salto a Prato. Come ogni star che si rispetti, lo ha fatto quasi in incognito. Erano da poco passate le 8 e gli uffici del Palazzo di giustizia non erano ancora aperti al pubblico quando l’auto di Sting ha varcato il cancello. A bordo c’erano anche la segretaria, il fattore del Palagio e gli avvocati fiorentini Vittorio Chierroni e Simone Nocentini.
L’auto ha fatto il giro del Tribunale e Sting è entrato dal retro. Nell’ufficio al terzo piano del procuratore capo lo aspettavano i magistrati. Lui si è presentato in cappotto scuro tre quarti e consueto girocollo, e chi c’era dice che non si è perso in chiacchiere. Un quarto d’ora ed era tutto finito, compreso il caffè. Sting se n’è tornato a casa con l’assicurazione che lui viene ritenuto estraneo alle presunte irregolarità accertate nell’inchiesta.
«Totale estraneità (di Sting, ndr) a qualunque ipotesi di reato o anche di minima scorrettezza»: così è stato tradotto l’incontro in una nota della Procura, secondo la quale la tenuta il Palagio, «si era limitata ad affittare alcuni appezzamenti di terreni a società della famiglia Coli, per l'effettuazione di attività agricola». Questo fin dal 2014. Dunque, insistono gli avvocati Chierroni e Nocentini, «qualunque affermazione o insinuazione su di un presunto coinvolgimento penale del signor Sting nelle indagini risulterebbe pertanto destituita di ogni fondamento e gravemente lesiva della sua reputazione».
«Sting era preoccupato soprattutto di ribadire la sua totale estraneità alle ipotesi di sfruttamento dei lavoratori stranieri - ha spiegato il procuratore capo Giuseppe Nicolosi alla presenza dei sostituti Sangermano e Canovai - e noi abbiamo attestato questa estraneità, che del resto era già emersa all'inizio di questa indagine». Un’indagine che potrebbe riservare ancora qualche interessante sviluppo. Giusto lunedì è emerso che il “caporale” pachistano Sikander, ora diventato il principale testimone dell’accusa, è stato avvicinato per strada venerdì da tre sconosciuti che, mostrandogli un bastone, gli hanno detto: «Il tuo tempo è finito, fai il bravo e vai via». Oltre a Giacomo, Filippo e Giampiero Coli, giovedì sono finiti agli arresti domiciliari l’investigatore privato Alfio Cosentino e il faccendiere Giuliano Michelucci, uno che stando agli atti dell’inchiesta si vantava di avere i contatti giusti nei servizi segreti. Cosentino e Michelucci erano stati ingaggiati dai Coli proprio per “ammorbidire” il pachistano Sikander.
Paolo Nencioni
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