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Alberi malati, l'allarme di Sandro Veronesi: "E' un'emergenza, ma non se ne parla"
Lo scrittore si stupisce della resa ai parassiti venuti da lontano. "L'abbattimento delle piante non può essere l'unica risposta. Contro il nemico arrivato da fuori, è proprio impossibile importare anche gli insetti antagonisti?"
L'intervista di Sandro Veronesi a Jovanotti per i suoi 50 anni era il pezzo di forte de La Lettura, il settimanale del Corriere della Sera. Quattro pagine, una conversazione a ruota libera uscita poche settimane fa. In mezzo alla quale Veronesi apriva un lunga parentesi per lanciare l'allarme sulla sparizione degli alberi in tutta la Toscana. Uno scempio che si sta consumando senza che vi sia grande attenzione da parte dell'opinione pubblica. Lo colpiva, poi, una certa aria di rassegnazione di fronte al fatto, per esempio, che il pino marittimo venisse decimato ovunque, senza che si presentasse un'alternativa all'abbattimento. Perché, si chiedeva Veronesi, non si risponde all'attacco di insetti venuti da fuori con antagonisti ugualmente importati? Riprendiamo il discorso con lo scrittore.
Cos'è che l'ha convinta della necessità di lanciare l'allarme su questo problema?
“Me ne hanno parlato alcuni amici agricoltori nella Val d’Orcia, poi mi hanno raccontato dei castagni dell’Amiata, di quelli dell’Elba. E poi vedevo. Viaggiando per la Toscana vedevo sparire pezzi di pineta. E alla fine la cosa ha toccato anche me, il mio “orticello”, quando è cominciata la morìa dei pini marittimi in Maremma e si sono ammalati anche quelli nel giardino della mia casa a Roccamare. A quel punto, come sempre quando senti parlare di un fenomeno e poi questo ti tocca direttamente, hai la sensazione che forse il problema è più grave e diffuso di quanto si potesse pensare. E infatti, parlando con agronomi e altri esperti, ne ho avuto la conferma”.
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Cosa le hanno detto?
“Che la situazione era molto seria. La piaga infestava tutte le zone demaniali e la cura era complessa, la mole dell’intervento era enorme. Non si tratta di una decina o di cento piante, sono migliaia e migliaia da curare o da abbattere”.
Nell’intervista a Jovanotti lei chiedeva soprattutto chiarezza.
“Sono partito dall’osservazione banale di quello che vedevo intorno a me, un'osservazione non scientifica, ma costante. E non è un’emergenza? Ce lo dicano, ci rassicurino. O almeno se ne parli. Ma la risposta non può essere solo l’abbattimento delle piante. I pini tra 20 anni sono condannati. I vari ettari di pineta (da Rimigliano a Roccamare) moriranno, poi il parassita attaccherà anche i pini domestici, che sono più resistenti”.
La domanda che poneva agli esperti era: visto che bene o male si sono importati gli aggressori, perché non importiamo anche gli antagonisti?
“Mi sono informato, ho parlato con agricoltori, agronomi, esperti. E tutti mi hanno detto che il problema, almeno per quanto riguarda i pini marittimi, è che non si vuole introdurre l’antagonista che pure esiste e potrebbe distruggere il parassita che colpisce le piante. Tra l’altro c’è chi dice che questi parassiti siano fuggiti dai paesi d’origine proprio per sfuggire agli antagonisti che là erano di casa e che rendevano loro la vita difficile. O forse c’entrano i cambiamenti climatici (sono stati attirati dalla temperatura più mite) o la mano dell’uomo che ha importato piante nuove. Ma se si trasforma l’ecosistema, si trasforma anche la catena alimentare”.
Si dice che il ricorso a antagonisti importati potrebbe creare a sua volta alterazioni imprevedibili all’ecosistema.
“Una cultura conservativa ha partorito una legislazione giusta, nella maggior parte dei casi, che ha impedito l'alterazione di un ecosistema. Ma qui siamo di fronte a un caso estremo che, in assenza di altre soluzioni, richiede forse un’eccezione per evitare che il nostro ecosistema venga distrutto da un intruso che non ha antagonisti. Poi certo c’è anche la vetustà degli alberi. Non sono eterni, prima o poi muoiono e possono anche morire prima per una malattia. Ma le dimensioni e la rapidità di questo fenomeno sono dirompenti, a memoria mia non c’è stata una piaga così invasiva e diffusa. Mi piacerebbe si parlasse di una possibilità di curare, o di intervenire a monte, non solo di abbattere. Ma non si percepisce il senso di un’emergenza”.
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Questi attacchi stanno modificando anche il paesaggio, uno dei grandi marchi di fabbrica della Toscana che piace al mondo.
“I cipressi sono ormai un simbolo della Toscana, anche se in realtà fino al 1200 non c’erano. I pini marittimi, anch’essi importati, ormai caratterizzano la costa. Ma il problema è più ampio. Al di là dei danni all’identità e alla bellezza del paesaggio, che è una grande risorsa turistica e quindi economica, ci sono i danni alle produzioni agricole, i danni alla sicurezza del territorio. A parte la farina di castagne che manca, le radici del castagno hanno una funzione di stabilizzazione del territorio, dove sono stati sostituiti con altre essenze ci sono stati smottamenti e erosione del terreno, perché alcune radici tengono la terra, altre no”.
Gli interventi necessari hanno un costo elevato anche per gli enti pubblici.
“Ma mettere dei soldi, in questo caso, significa anche creare lavoro, economia. Intanto si dovrebbe chiedere alla Ue di spendere fuori dal patto di stabilità, perché è un’emergenza. Poi daremmo da lavorare alle persone che devono fare gli interventi (agronomi, forestali, università, aziende specializzate, ecc.) e si tutelerebbe l’economia che già c’è (olio, castagne, turismo) e che viene penalizzata”.
Lei chiudeva il suo allarme con un paragone un po’ forte
“Ho detto: se l’Isis ci attaccasse le piante, non faremmo nulla? E se lo fa un insetto? Perché, non è vero?”
(paolo toccafondi)
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