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Profughi nelle famiglie primo arrivo in Toscana
FIRENZE. «Noi siamo nati nella parte fortunata del mondo, ma a volte le cose difficili sono più semplici del previsto. Per me e mio marito sarebbe stato disumano se non avessimo accolto Mohammed in...
FIRENZE. «Noi siamo nati nella parte fortunata del mondo, ma a volte le cose difficili sono più semplici del previsto. Per me e mio marito sarebbe stato disumano se non avessimo accolto Mohammed in casa nostra». Guarda al mondo Letizia, ma è anche pragmatica e pensa all'economia domestica e all'organizzazione delle giornate, anche se prima di decidere non si è messa a fare troppi conti, se i 16 euro al giorno di rimborso erano sufficienti a coprire le spese.
«La più terrorizzata - confessa - era mia madre: per la logistica, sia chiaro. Noi siamo infatti fuori quasi tutto il giorno ed è lei che si occupa dei bambini. Ma tutto questo non ci ha impedito di agire». E la famiglia di Letizia e Sergio, assieme ai loro 3 figli piccoli: 8 anni la più grande e 10 mesi il più piccolo, non ci ha pensato poi così tanto. Porte aperte in famiglia per il giovane richiedente asilo Mohammed. Letizia e Sergio abitano in piazza D’Azeglio a Firenze e sono i primi a partire con il progetto di accoglienza in famiglia lanciato un anno fa dalla Regione e a luglio finalmente autorizzato dal Viminale.
LA STORIA INCREDIBILE DI MOHAMMED. E' giovane e bello Mohammed Quwally, i turisti per strada lo scambiano per un modello o per un giocatore di basket, ma ha una storia molto dolorosa alle spalle che lo ha costretto alla fuga. Per non morire. Per ritrovare la speranza. Ma andiamo per ordine. Ormai è un anno e mezzo che vive in Italia, ha 21 anni, orfano, arriva dal Gambia, uno staterello africano poco più grande dell'Abruzzo che si affaccia sull'Atlantico. Racconta: «Ho fatto un viaggio lungo un anno e 4 mesi per arrivare in Italia. Ho attraversato il Sahara, sono stato trattenuto in carcere in Libia, poi un arabo del luogo che faceva il capo della polizia (o almeno così si spacciava, ndr) mi ha tenuto con sé per pulire la casa».
Fino a quando Mohammed è salito su un gommone, direzione Sicilia. Una traversata tragica, con 100 persone a bordo e 25 che non riusciranno ad arrivare alla fine del viaggio, morti in mare. Ma Mohammed è riuscito ad arrivare in Toscana, ed è stato accolto dalla cooperativa “Il cenacolo”.
Per qualche tempo a Dicomano nel Mugello, poi nella frazione di Polcanto, da Firenze giusto un passaggio. Alla cooperativa raccontano il suo entusiasmo nel partecipare ai laboratori di giardinaggio, falegnameria e cucina. «Mi piace cucinare italiano», dice Mohammed. Ma è lo spettacolo allestito dal centro che gli ha fatto vincere la borsa di studio per un corso di recitazione al Laboratorio Nove di Sesto Fiorentino. Senza mai perdere di vista i corsi di lingua italiana e l’iscrizione alla terza media alla Beato Angelico di Firenze. «Sono scappato dal mio paese - racconta Mohammed - perché ero perseguitato per problemi legati alla mia identità sessuale». Il Gambia è un piccolo stato islamico con due grossi problemi: vive sotto la dittatura ed è omofobo. Ora però Mohammed è al sicuro. Niente pericoli di vita in Italia. E potrà sperimentare per la prima volta la vita “normale” tra le mura domestiche di una famiglia italiana. L’ACCOGLIENZA IN FAMIGLIA. Curiosa la situazione durante la conferenza stampa. Letizia fa la giornalista, è caporedattrice a “mymovies” del Gruppo Espresso, e fa le domande di professione. Stavolta però è toccato a lei stare dall'altra parte del tavolo ed essere protagonista della storia. Poco importa, però. Stavolta telecamere e taccuini hanno preso nota di una bella storia. La fase preliminare all’inserimento di Mohammed è iniziata qualche settimana fa. Sergio, Letizia e i bimbi hanno passato alcuni fine settimana con il ragazzo. «Nei prossimi giorni andremo a raccogliere olive in Maremma, nella casa in campagna», dice Letizia. Poi la prossima settimana l’ospitalità diventerà stabile, ma non si perderanno i contatti con la cooperativa che seguirà l’andamento della convivenza. Soddisfatto ed emozionato l’assessore all’immigrazione Vittorio Bugli: «Accogliere in famiglia ci fa pensare all’immigrazione in modo diverso. Ci aiuta a dare un volto e un nome a quelle persone che arrivano e che generalizzando chiamano profughi». Intanto altre 73 famiglie - come Letizia e Sergio - sono pronte all’accoglienza.
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