Il presidio
I Comuni tagliano e i call center pubblici volano in Albania
Estra: «Non sanno niente di contratti e di massimo ribasso». Assocontact accusa gli enti: «È uno sfruttamento legalizzato»
Benvenuti a Prato, provincia d’Albania. Dove il call center dei servizi pubblici vende gas e luce chiamando anche dall’altro capo dell’Adriatico. I 99 Comuni di 6 provincie toscane - da Prato a Pistoia, fino a Grosseto- non ne sanno niente «perché è una questione di organizzazione aziendale», spiegano da Estra energia, la società che sbriga le faccende pratiche di Estra, spa para pubblica del gas e della luce.
COMUNI ALL’OSCURO
I Comuni - insiste Estra energia - ignorano come funzioni il telemarketing. Che l’ultimo appalto (guai a chiamarlo così) per l’assistenza clienti via telefono non si paga più 1,2 milioni l’anno, ma 1,6 in due anni. Insomma, non sanno nulla del massimo ribasso, degli sconti sulla pelle dei lavoratori l’ultima piaga dei call center: costi dimezzati, a discapito degli stipendi, denuncia il sindacato pronto a una vertenza pilota in Toscana.
Da metà settembre, Prato è in fermento per il caso “Estra”. Con il passaggio dal vecchio gestore del call center Metamarketing ai tre nuovi gestori, la Cgil parla di «rischio di perdita di 20 posti di lavoro, riduzione di paga del 40%: da 50 centesimi a 1 euro l’ora, a seconda della posizione dell’operatore». Tutto nell’indifferenza degli enti pubblici.
IL PUBBLICO AFFAMA I CALL CENTER
Male comune in Italia, perché - è la denuncia di Assocontact, l’associazione di categoria - sono proprio i committenti pubblici o partecipati dallo Stato (da Poste all’Enel) ad affamare i call center. A contribuire al circo del telemarketing selvaggio, delle chiamate indesiderate. Sono anche gli enti pubblici, in sostanza, a creare i casi “Almaviva”, il call center che ha appena dichiarato 2.500 esuberi in Italia. Certo, i numeri di Prato sono diversi: i 36 operatori del call center di Metamarketing sono oggi stati assorbiti dai 3 nuovi imprenditori, anche se prima sono stati licenziati e poi riassunti. «Con condizioni molto diverse da quelle precedenti - accusa Samuele Falossi - e in violazione delle clausole sociali. Per legge si deve garantire continuità anche in caso di subentro in un contratto. Invece, il licenziamento e la riassunzione consentono la riduzione di orario e di paga». Ma il direttore generale di Estra Energia, Nicola Moschillo, ribadisce che tutto è stato fatto nel rispetto delle normative: «La continuità nel rapporto di lavoro avrebbe comportato la procedura di cessione di ramo d'azienda, interferendo pesantemente sull'organizzazione aziendale dei nuovi gestori. Tant'è che le ultime leggi che garantiscono la conservazione del posto di lavoro non prevedono la continuità, come nel caso del passaggio dei dipendenti di Centria a Toscana Energia (rete del gas di Prato) dove i lavoratori sono stati licenziati e riassunti».
LA PAGA NON È AFFAR NOSTRO
Anci, l’associazione dei Comuni, non commenta. Conferma di non occuparsi di queste faccende, malgrado i Comuni partecipino molte società che trovano i call center al ribasso. Ed Estra para le spalle ai soci (indiretti) confermando che non sanno nulla delle selezioni, comprese quelle per i call center. Del resto, Estra sostiene di non sapere neppure a quanto ammonti la paga dei lavoratori dei call center. Né di quelli impiegati per la vendita dei contratti (pagati dalle società a provvigione) né di quelli delle società appena selezionate per l’assistenza clienti.
LA COMPRESSIONE DEI COSTI
Basterebbe, però, parlare con Umberto Costamagna di Call and Call, una delle aziende leader in Italia (59 milioni di fatturato) nell’assistenza clienti, con una sede anche a Pistoia con circa 300 dipendenti. Costamagna spiega che la tariffa oraria dell’assistenza clienti è di 28 euro; che il costo puro del lavoro su questa tariffa è di 18 euro l’ora; che a causa del massimo ribasso, invece, i committenti pubblici vogliono pagare una tariffa oraria non superiore a 21-22 euro «a discapito dell’utente finale». Cioè di chi riceve le telefonate. E gli sconti che le società praticano per ottenere le commesse si scaricano sul costo del lavoro che pure rappresenta «l’80% del fatturato in un’azienda seria, dove l’operatore lavora fra 38 e 42 minuti l’ora. Non parlo certo di chi usa il retrobottega per fare teleselling».
NIENTE RIBASSO SUL LAVORO
Ecco perché - insiste Costamagna - è necessario intervenire sulle modalità di appalto. «Si dice che non si facciano più le gare al massimo ribasso per i call center, ma non è così. Il criterio impiegato per affidare il servizio, in teoria, è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa: peccato, però,che la proposta tecnica pesi, di solito, per il 30% e l’offerta economica per il 70%. L’ho fatto presente anche a De Vincenti, quando era sottosegretario allo Sviluppo economico, ma non è servito a nulla». Anche perché non è il solo «trucco» utilizzato dalle società concessionarie di servizi pubblici per trovare call center a basso costo: «Io ho perso una gara - ammette Costamagna - perché il mio concorrente ha autocertificato che avrebbe assunto tutti laureati per il servizio di call center. Non lo ha fatto, ma nessuno ha controllato. L’unico rimedio, contro queste scappatoie, è di impedire, in sede di gara, di sottoporre a ribasso il costo del lavoro. L’ho fatto presente all’ex ministro e oggi presidente della commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano».
IL CONTRATTO PER TELEFONO
I risultati per ora non si vedono. Perché i suggerimenti e le raccomandazioni sulla carta. Perfino quelli dell’Autorità garante delle Comunicazioni. Per evitare i contratti truffa, Agcom chiede una riforma: non consentire di attivare i servizi solo con accordi telefonici. E invita gli abbonati a non stringere patti con i gestori di servizi che non mandano i contratti scritti per posta o per mail, ma si accontentano dei “supporti durevoli” e cioè dell’assenso registrato per telefono. Considera questi concessionari «meno affidabili». Estra è fra i gestori che chiude i contratti per telefono «come fanno tutte le società di energia». Questo, però, i Comuni non possono dire di ignorarlo.
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