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Clamorosi Rolling Stones: suonano un pezzo dei Beatles - Video

I Rolling Stones sul palco in California
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I Rolling Stones sul palco in California

In California un momento memorabile: la fine della più grande rivalità. Le parole a sorpresa di Mick Jagger: "Stiamo per suonare un pezzo di un gruppo beat non molto famoso..."

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La frase sembrava innocua. Era solo apparentemente innocua.
È accaduto durante il concerto epocale dei Rolling Stones del vecchio rock, il Desert Trip Festival di Indio, California. C’erano i Rolling Stones sul palco. Mick Jagger ha preso il microfono. «Quello che stiamo per fare – ha detto Mick al pubblico già in estasi – potrebbe sembrarvi strano. Stiamo per suonare la “cover” di un gruppo beat non molto famoso. Tuttavia dovreste conoscerli... Proveremo a fare uno dei loro brani».
E a quel punto gli Stones hanno suonato un brano del 1969. Era "Come together", dei Beatles. La gente, laggiù in California, non credeva alle proprie orecchie.

Ecco. Il disgelo, improvviso; la fine e l’edulcorazione di ogni contrapposizione. Il gruppo “nemico” che suona la canzone dei rivali. Altro che borraccia passata tra Coppi e Bartali, qui è stato come se Fausto e Gino si fossero scambiati la bicicletta. Questa piccola storia di quattro minuti e venti secondi (la durata ufficiale del pezzo dei Beatles) è Pelè con la maglia dell’Argentina, è Totti che segna per la Juve, è Capitan America che vuole distruggere il mondo, è Mao in Rolls Royce, più gli equipaggi Oxford e Cambridge che si abbracciano nelle fredde acque del Tamigi invece che remarsi contro. È il Palio di Siena che finisce in un abbraccio tra tutte le contrade, che si vogliono tanto bene.

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«Una cosa che posso dirvi è che dovete essere liberi», recita il testo (peraltro molto criptico) di "Come together", scritto da John Lennon ma firmato anche da Paul McCartney. E, beh, gli Stones si sono sentiti liberi. Liberi di suonare uno degli inni della concorrenza...

L’omaggio ai Beatles, al festival californiano, è diventato un filo conduttore. L’hanno fatto anche altri, ma fatto dagli Stones è tutta un’altra cosa.

Neil Young, che aveva aperto la seconda serata, è tornato in scena per eseguire insieme a Paul McCartney due brani dei Beatles, “A day in the life” e “Why don't we do it in the road”; poi un famoso pezzo pacifista di Lennon, “Give peace a chance”. E quando è toccato al beatle vero, il baronetto McCartney ha proposto un set pieno di pietre miliari del gruppo poiù importante della storia della musica: “A hard day's night”, “Day tripper”, “Can't buy me love”, “Eleanor Rigby”, “We can work it out”, “Lady Madonna”, “Something”, “Let it be”, “Hey Jude”', “Helter skelter”' e molti altri.

Il festival è una specie di Dream Team del rock di tutti i tempi. Aperto da Bob Dylan e dagli Stones, continua con Roger Waters e gli Who: roba da tremare. Non manca anche qualche riferimento politico: Roger Waters non fa mistero delle sue critiche (per così dire) al candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, e anche al Desert Trip ha colto l’occasione. D’altra parte, il destro gliel’ha offerto proprio Trump, che annuncia un progetto di costruire un muro alla frontiera del Messico. Waters di muri se ne intende: The Wall, il ciclopico album-evento dei Pink Floyd, è cosa sua. Bene, quindi non poteva che arrivare un commento acido. «Costruire muri non è mai una buona idea - e se ve lo dico io potete credermi», ha sorriso Waters nella conferenza stampa di anteprima del concerto.

Il desert Trip sarà replicato questa settimana: gli stessi sei pazzeschi protagonisti, un weekend dopo. Il sogno degli appassionati di musica degli anni sessanta, settanta e ottanta può continuare. E se gli Stones cantano i Beatles, ogni cosa può davvero accadere.

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