Il Tirreno

Toscana

Telefonate moleste

Noi dei call center "Obbligati a disturbare"

di Melania Carnevali
Noi dei call center "Obbligati a disturbare"

I dannati del telemarketing: se non vendi non guadagni e ti abitui anche alle offese

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«C’era lo stress di non riuscire a prendere appuntamenti, dello stipendio che a fine mese sarebbe stato una miseria se non avessi venduto nulla. E alla fine mi è venuta anche la pancreacrite». Yuri Baldassari, 41 anni, di Viareggio, è stato dalla parte di quelli “di qua” dei call center, di quelli costretti a chiamare, a molestare a qualsiasi ora del giorno, e anche più volte al giorno, perché questo è il loro lavoro. Chiamare, fare contratti, vendere. Chiamare, fare contratti, vendere. Tutti i giorni, almeno quattro ore al giorno, per uno stipendio che non è mai lo stesso: a volte 200 euro a volte 700. Tutto dipende da quanto sei bravo e dalla fortuna che hai nel trovare qualcuno dall’altra parte della cornetta disposto ad ascoltare, che non riagganci alle presentazioni. «Sono stato mandato a quel paese tantissime volte, ma lo sai che fa parte del lavoro», racconta Yuri, che adesso lavora nel settore del giardinaggio ed è disposto a raccontare la sua esperienza come operatore di call center.

«Io sono nato venditore - racconta - quindi non mi pesava chiamare le persone e provare a vender loro qualcosa. Il problema era lo stipendio». Yuri, dal 2013, ha lavorato in due call center di Lucca, in uno con un contratto a progetto e nell’altro al nero. «L’accordo in entrambi - chiarisce - era di un minimo di fisso, che era però ridicolo, più una percentuale per le vendite». E lui era pure bravo a vendere. «Ci riuscivo perché lavoravo nel settore dell’energie rinnovabili e le persone erano sensibili. Una volta sono riuscito a guadagnare anche 750 euro». C’era però l’ansia di dover vendere. Per forza. Altrimenti lo stipendio ne avrebbe risentito. E allora sarebbe stato come non lavorare. O peggio ancora, come lavorare gratis. «Dovevo fare tantissime telefonate ogni giorno e il pensiero di non riuscire a vendere era costante». Fosse solo questo. «Il pagamento non era regolare - ricorda Yuri - hanno incominciato a dare un forfait di 200 euro, poi a saltare pagamenti». E alla fine si è ammalato. Si è preso la pancreacrite (infiammazione del pancreas). Dopo poco ha lasciato.

Secondo una ricerca della Fondazione Res (istituto di ricerca economica e sociale) pubblicata sulla rivista online, i call center accolgono prevalentemente forza lavoro femminile a istruzione medio-alta. Tuttavia i criteri di “reclutamento” dipendono dalla disponibilità dell’offerta di lavoro nei vari territori e per questo attira una pluralità di figure: dallo studente universitario al disoccupato adulto, dai laureati che non trovano di meglio, alla madre di famiglia che intende integrare il reddito familiare, ai diplomati disponibili a una permanenza più lunga. In altre parole, in uno scenario di disoccupazione diffusa, i call center sono le nuove fabbriche degli anni Duemila: chi non ha lavoro finisce lì. E lì, secondo la ricerca che ha fatto un’indagine su 1.700 operatori, ritrova gli stessi modelli fordisti di alienazione e insoddisfazione dei lavoratori: alta standardizzazione dei tempi, il prevalere della macchina sull’uomo, cuffie, microfono, tastiera, il forte controllo gerarchico e le scarse opportunità di carriera. «Il rispetto dei lavoratori era pari a zero. Avevamo dieci minuti di pausa, una sigaretta ogni due ore, nessuna possibiltà di parlare con i colleghi di lavoro e un responsabile che controllava che nessuno si distraesse», conferma a Il Tirreno Maila Coltelli, 34 anni, di Carrara, che ha lavorato sette mesi in un call center outbound (cioè telemarketing, diverso dall’inbound, ossia i call center che ricevono le chiamate per informazioni e servizi) di telefonia. «Praticamente dovevi essere un commercialista per capire che tipo di stipendio avevi a fine mese, tra bonus e fissi e contratti -ricorda - Se poi qualcuno cancellava il contratto stipulato grazie a te poi ti scalavano il bonus dallo stipendio attuale o dallo stipendio del mese seguente».

Maila sapeva di stressare gli utenti, ma non poteva fare altrimenti. Era il suo lavoro. E per questo incassava anche offese. «Le persone che chiamavo erano il problema minore, credimi - spiega - poveracci io sapevo di rompere le scatole quindi cercavo di essere cortese ma veloce, se non erano interessati ero io la prima che cercava di attaccare». «C’è un copione da leggere per ogni chiamata, che in genere è di 20-30 righe. Non puoi dire qualcosa di diverso», spiega Massimo Batini, 45 anni, di Massa, che ha lavorato in un call center di Viareggio. «Ho resistito solo 15 giorni - ricorda - poi me ne sono andato senza nemmeno prendere i soldi». Massimo passava tre mattine alla settimana al telefono per prendere appuntamenti con possibili acquirenti di pannelli solari. Aveva un elenco di numeri di telefono divisi per prefisso. E vai di microfono e tastiera. Il giovedì e il venerdì poi andava a casa di clienti con cui aveva preso gli appuntamenti. E lì, doveva vendere. «Per prendere 2 appuntamenti - ricorda - dovevo fare almeno 200 chiamate». Duecento volte lo stesso copione, sperando che almeno uno vada a buon fine.

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