Il presidio
«Abbiamo incontrato il Medioevo del lavoro»
Francesco Bruni parla della sceneggiatura di “Tutta la vita davanti” il film di Virzì che nel 2008 aprì uno scorcio senza filtri sul telemarketing
«Ci sembra la frontiera della modernità, invece incontriamo il Medioevo del lavoro». Oggi più che otto anni fa, quando Francesco Bruni, sceneggiatore, regista, labronico di insospettabile delicatezza, firma con Paolo Virzì la sceneggiatura di “Tutta la vita davanti”. Il film con Sabrina Ferilli apre il primo spaccato autentico, feroce, perfino surreale, sui call center: la sagacia livornese combinata con il vetriolo sardo di Michela Murgia, autrice del blog/libro che ispirano la pellicola. «Nel 2016 la situazione del Paese è cambiata», dice Bruni. «In peggio».
Bruni, qual era lo scopo di questo film? Insomma, che cosa volevate dire?
«A parte raccontare la storia di chi lavorava nei call center, che all’epoca non era così nota, noi volevano raccontare lo sfascio di un Paese che non era in grado di sfruttare le sue menti migliori e causava la fuga dei cervelli. La protagonista del film era una studentessa di filosofia costretta a lavorare in un call center. Attraverso la sua vicenda, noi dicevamo che in Italia chi non si rassegnava ad andarsene era costretto a essere sottoutilizzato. Parlavamo dello spreco di talento, dello spreco evidente di potenzialità giovanili che c’è in questo Paese».
Il film ha otto anni. Cosa è cambiato da allora?
«La situazione è cambiata in peggio. Non se ne fa una colpa specifica a nessuno. Ma questa, quella attuale, è la prima generazioni di ventenni che ha di fronte un significativo peggioramento della situazione economica rispetto a quella dei genitori».
Ma lei conosce qualcuno che lavori in un call center oggi?
«Certo. Ho qualche giovane amico che lavora nei call center. E devo dire che mi impietosisce sentire parlare di quelle esperienze. Tuttavia, quando arrivi alla terza, quarta telefonata giornaliera da parte di un call center, sei meno empatico. Ultimamente mi sono ritrovato ad attaccare subito il telefono, anche se in modo cortese e sentendomi vagamente in colpa. Ma questo sistema di fare telemarketing è, senza dubbio, un’intrusione sgradevole nella vita delle persone. Anche perché non ti lascia mai una via d’uscita. Tenti di dire, ad esempio, “Scusi ora non posso parlare” e ti rispondono: “Ma non può ascoltare neppure cinque minuti?”. Se ti dico che non posso, è evidente che non posso. Quindi, ultimamente, sono un po’ più deciso nel rifiutare le chiamate, ma mai scortese o aggressivo».
Neppure quando l’operatore si fa insistente?
«Ogni volta che ricevi una telefonata commerciale, il dilemma è sempre il solito: sei combattuto fra il desiderio di preservare il tuo tempo, la tua privacy rispetto a questioni che non ti interessano minimamente e il fatto che dall’altro capo ci sia una persona che ha bisogno di lavorare. E che probabilmente viene remunerata in base, o soltanto, all’ascolto che riesce a ottenere. Si parla di persone pagate non solo rispetto alle vendite che riescono a concludere, ma anche in base alle conversazioni che riescono a portare in fondo. Non so se sia ancora così, ma quando facemmo le nostre ricerche per il film era così».
Come vi venne in mente di scrivere un film sui call center?
«Con Paolo (Virzì) avevamo letto il blog di Michela Murgia sulla sua esperienza diretta in un call center (del colosso americano Kirby, ndr). Ci appariva una nuova frontiera di lavoro ai limiti della legalità. E ci colpì, in particolare, che dentro questi mondi, come raccontava Michela, si potessero trovare persone con titoli di studi significativi e percorsi personali interessanti. Così nacque la protagonista del film: la nostra laureata in filosofia con 110 e lode».
Come vi siete documentati per il film?
«Come fonte prioritaria avevamo Michela Murgia che aveva tenuto il blog perché aveva lavorato dentro il call center. Poi parlammo con molte persone che all’epoca lavoravano nel settore, con molti sindacalisti. Accumulammo una grande casistica, che comprendeva anche i sistemi per approfittare della buona fede della gente, per ingannare soprattutto gli anziani».
E otto anni dopo?
«Le rispondo citando un servizio che ho visto di recente su La7. Riguarda i ragazzi assunti anche per 1 solo giorno o magari per 15 giorni per recuperare gli ordini che tutti facciamo su Amazon. Lavorano in enormi magazzini in Italia. Sono dotati di una speciale “pistola elettronica”, vengono cronometrati per il tempo che ci impiegano per andare fra gli scaffali e il bancone. Hanno le vesciche ai piedi e se si lamentano vengono mandati via e mai più richiamati».
A quale conclusione arriva?
«Intendiamoci: non ci trovo nulla di male che un ragazzo dopo il diploma, mentre si laurea o anche dopo laureato faccia lavoretti in attesa dell’impiego definitivo. Tutti abbiamo fatto lavoretti anche sottopagati. Ma questi sistemi, quello che ho appena descritto, mi fanno pensare alla superficialità. Noi da casa con un clic ordiniamo un libro o un film introvabili: ci sembra di aver raggiunto la frontiera della modernità, invece dietro c’è il medioevo del lavoro.Lo stesso per i call center: è un lavoro senza prospettiva, non esiste possibilità di avanzamento, finisce per diventare una specie di prigione». Soprattutto se non hai alternative.
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