Il presidio
Gli angeli toscani non se ne vanno da Amatrice: «C’è bisogno di noi»
Attraversare il paese è come passare nell’inferno. L'odore di cemento sbriciolato graffia la gola. Tra le macerie, il tempo si è fermato. Parlano i volontari che assistono coloro che sono rimasti senza una casa: «La nostra è una missione».
AMATRICE. Un termosifone elettrico in mezzo al tendone cerca invano di scaldare l’ambiente, dagli spifferi delle cerniere entrano fili d’aria gelida che picchiano sulla fronte. Il rumore del generatore amplifica il silenzio. Fuori, la tendopoli della Misercordia a Sant’Angelo di Amatrice - una delle 69 frazioni del comune del Lazio raso al suolo dal terremoto del 24 agosto scorso - sembra un luogo abbandonato, nonostante ci dormano duecento persone. Tende sigillate, centro operativo chiuso. Una porta del bagno sbatte un paio di volte e poi si ferma, come in segno di rispetto. Sono le 3.36. Trentacinque giorni fa, a quell’ora, la vita si è fermata lassù a mille metri di altezza dal resto del mondo, dove il Lazio sfiora le Marche e poi riscende giù nella valle del Tronto.
Per arrivarci, ad Amatrice, bisogna percorrere chilometri e chilometri di curve, su su attraverso gli altopiani dell’Appenino centrale. Vallate verdi, mucche al pascolo, profili morbidi e innocenti, come il lato buono del signor Hide. Su un muro all’ingresso del borgo, un murale invita in un paese che non c'è più: “Benvenuti ad Amatrice”.
Entrare nella zona rossa è come attraversare l’inferno. L’odore di cemento sbriciolato graffia la gola. E il silenzio intimorisce con lo scricchiolio delle pietre sotto i piedi. Cammini sulle case sbriciolate. Calpesti un pezzo di camera da letto o il salone di un bar diventato polvere. E allora smetti di parlare, di fare domande. Togli anche la suoneria al cellulare per paura di disturbare i morti. «Non vi fermate davanti ai palazzi, potrebbero ancora crollare», grida il responsabile dei vigili del fuoco. Dietro di lui l’insegna di una trattoria resiste appesa sul nulla. Tra le macerie, sotto, spuntano un paio di scarpette da bambina rimaste insieme chissà come, tazze di porcellane rotte, la rete di un letto matrimoniale ripiegato su se stesso. Li senti quasi parlare, quegli oggetti. Chiedono attenzione.
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«In questi giorni - continua il vigile del fuoco - stiamo accompagnando ancora le persone a recuperare le loro cose. Poi proseguiremo con la messa in sicurezza degli edifici. E questo significa demolirli o puntellarli. Poi porteremo via i detriti». In fondo alla strada che attraversa quello che una volta era il centro storico, il campanile della chiesa segna ancora le 3,36. Tutto è rimasto come a quell’ora lassù sulle montagne del centro Italia colpite dal terremoto. Ad Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, tutto si è fermato davanti alla macerie.
Da una casa a Sant’Angelo di Amatrice, due lenzuoli bianchi scendono ancora dalle finestre rimaste in piedi. Li hanno usati le persone che ci vivevano per mettersi in salvo: due figli e una mamma. L’altra parte della casa si era sbriciolata su se stessa e loro si sono calati in fretta dalla parte opposta. «Mi hanno raccontato che hanno sentito il pavimento muoversi come un’onda gigante e poi la terra piegarsi», racconta Gianni, volontario della Misericordia di Arezzo. Non vuole foto. Non vuole nemmeno dire il cognome. «Una volta - spiega - i volontari si mettevano un cappuccio mentre lavoravano nell’emergenza, per non farsi riconoscere. Perché quando fai volontariato non lo fai per apparire, ma solo per aiutare. È questa la misercordia». Dieci anni fa ha lasciato il suo lavoro come orafo e deciso di dedicarsi interamente al volontariato. «Sono finalmente padrone del mio tempo - racconta - e mi sento vivo a stare in mezzo alle persone per aiutarli».
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Gianni è arrivato ad Amatrice pochi giorni dopo il terremoto. «Era un disastro, guarda mi viene la pelle d’oca a pensarci», e mostra il braccio con le bollicine del freddo. «Si faceva quello di cui c’era bisogno, senza un’organizzazione precisa - riprende -. Ci mancava tutto, andavamo dalla Croce rossa anche per chiedere l’aceto e loro viceversa. Se arrivava poca carne si dava agli amatriciani, noi mangiavano cibo in scatola». Adesso Gianni si occupa della logistica nella tendopoli di Sant’Angelo. «I primi giorni incontrai un vigile del fuoco - ricorda ancora -. Se ne stava andando via dopo solo 75 ore. Mi ha raccontato che stava cercando di salvare una signora. Mentre scavavano piano piano, mattone per mattone, le parlavano. Hanno parlato per due ore. Poi la donna ha smesso di parlare. E lui lì ha avuto il crollo. L’hanno estratta morta. E lui se n’è andato".
Anche il cimitero, a Sant’Angelo di Amatrice, è crollato su stesso, scoprendo bare ancora da portare via. Davanti al camposanto resiste invece quasi insensibile la quercia più antica del centro Italia, 600 anni di vita che fa ombra ai defunti.«Non te lo so dire cosa mi ha spinto qui. Vedi le immagini del disastro e decidi di partire, lo senti nello stomaco», racconta dalla mensa della tendopoli Marco Albertoni, 30 anni, un altro dei tanti volontari toscani che si danno il turno nel campo della Misericordia. È l’ora di pranzo e la mensa è mezza piena. «Sì, è un’organizzazione cattolica, ma questo non vuol dire che per essere qui bisogna essere cattolici», chiarisce Sara Biancucci, 28 anni, che ad Arezzo studia da infermiera e lavora in un doposcuola. Dà una forchettata alle penne e riprende. «No, non sono andata nella zona rossa - continua - e non ho bisogno di vederla. Mi basta stare qui e aiutare». Nella sala mensa entrano due cagnolini e corrono dalla parte opposta verso il padrone.
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«Non dirò niente sul terremoto», dice Michele Rosadi, anche lui di Arezzo, uno dei responsabili dell'autoparco nazionale della Misericordia che è a Prato. Lui è al campo di Sant’Angelo da un mese, dal giorno stesso del terremoto. «I primi giorni abbiamo pensato a portare i mezzi, montare le tende, capire come smistare i volontari. E si faceva tutto mentre la terra continuava a tremare. Ma ancora ora c’è bisogno. Non me la sento di tornare a casa». Ad Arezzo è dipendente di una società che produce materiale pubblicitario.«Guarda che ora ti licenziano», ironizza un altro volontario di Arezzo, Sergio Bianchini.«Io sono pensionato - racconta -e ho tutto il tempo libero per dedicarmi a questo».«Io è la prima volta che vengo in un posto terremotato - racconta Nicola Saberogi, di Sansepolcro -. Stavo dormendo, quando c'è stata la prima scossa ed è stata la prima volta che mi sono spaventato: non finiva più. Poi, quando ho visto le immagini, ho deciso di partire». Ed è arrivato ad Amatrice, insieme agli altri volontari aretini.
Il sole di mezzogiorno inizia a scaldare le tende. Fuori Wanda, una sfollata, guarda in fondo al campo. Le foglie verdi sugli alberi si muovono come in una danza. «Sembrerebbe un posto tranquillo questo», racconta. Nel terremoto ha perso un figlio, una nuora e un nipotino.«Io ero in casa quando ho sentito dei calcinacci cadermi addosso - racconta -. Ho afferrato mia figlia e mia nipote e siamo usciti fuori correndo scalzi sui vetri». Fa una pausa. Una lacrima le riga il viso.«Non ci siamo fatti nulla, no. Mio figlio ci stava già proteggendo».
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