Il Tirreno

Toscana

«Voucher da abolire Strumenti illeciti per i datori di lavoro»

di Ilaria Bonuccelli
«Voucher da abolire Strumenti illeciti per i datori di lavoro»

Il giuslavorista del S. Anna Pasqualino Albi va giù duro: «Sono un paravento del lavoro nero e alterano il mercato»

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«Da abolire». Il lavoro accessorio - quello pagato con i voucher - e il lavoro a chiamata devono essere cancellati. Non vengono usati come strumenti di flessibilità, non in Italia, perlomeno. «Sono strumenti ai quali si ricorre per ridurre illecitamente il costo del lavoro». Più chiaro di così non può essere Pasqualino Albi, giuslavorista dell'università di Pisa e promotore del corso di Diritto del lavoro alla scuola di Alta formazione Sant’Anna, insieme al costituzionalista Paolo Carrozza.

In realtà, Albi dà una spiegazione ulteriore del successo di queste forme di lavoro flessibile: «Sono spesso usate come paravento del lavoro nero». Quello che dicono i sindacati, spesso anche l’Inps. Fatto sta che anche in Toscana a maggio 2014, i voucher utilizzati non arrivavano a 1,5 milioni e a maggio 2016 sfiorano i 4,1 milioni. Un’impennata di 2,6 milioni.

Professor Albi, è legittimo il ricorso così frequente ai voucher?

«Il voucher è la forma di pagamento per il lavoro accessorio. Già in questa definizione è insito il concetto di assoluta marginalità, residualità per il ricorso a questo strumento. Addirittura si può ritenere che il lavoro accessorio sia una forma di lavoro “autonomo”, confinata in aree molto ristrette e da sottoporre a controlli rigorosi. Quando fu introdotta nel 2003, con la riforma Biagi, molti giuslavoristi avanzarono il dubbio che questa forma di lavoro avrebbe avuto un’utilizzazione indebita. Che sarebbero stati adottati stratagemmi per utilizzare il lavoro accessorio come vero e proprio lavoro subordinato ma senza obblighi retributivi né contributivi per l'utilizzatore. E, in effetti, gradualmente c'è stato chi ha utilizzato il lavoro accessorio in modo indebito».

Perché parla di utilizzo indebito dei voucher?

«Se un datore di lavoro ricorre a un lavoratore in via continuativa, non si può parlare di lavoro accessorio. Si entra nel campo del rapporto di lavoro subordinato con gli obblighi che questo comporta: di retribuzione, di garanzie di sicurezza, di contributi previdenziali. Deve essere applicata in tutto e per tutto la disciplina del lavoro subordinato. Invece, finora sembra essere diffuso un uso deviante, un ricorso patologico ai voucher. Siamo in presenza di forme mascherate di lavoro accessorio che celano, in realtà, il lavoro subordinato. Per questo, alcuni giuristi - io fra questi - chiedono l'abolizione del lavoro accessorio che si presta a tipologie elusive di lavoro subordinato».

Perché nelle situazioni di emergenza, i datori non ricorrono al lavoro a chiamata, invece che ai voucher?

«Premesso che dovrebbe essere abolito anche il lavoro intermittente, o a chiamata, visto che al pari dei voucher si presta a pratiche elusive delle garanzie dei diritti dei lavoratori, a questo istituto si dovrebbe ricorrere in contesti specifici e in casi particolari. Ma esiste una differenza sostanziale rispetto ai voucher: il lavoro intermittente si prefigura come lavoro subordinato ed entro certi limiti assicura garanzie maggiori per il lavoratore. Quindi comporta più costi per il datore, ad esempio a livello di contributi».

Allora perché abolire anche questa forma alla quale non ricorre quasi nessuno?

«Perché anche in questo caso c'è un’utilizzazione abusiva di questa forma. Che non è così garantista per i lavoratori, costretti a restare a disposizione del datore in attesa di una chiamata. Se non rispondono, infatti, non vengono pagati. Ma a volte possono essere chiamati anche solo per poche ore o un giorno al mese. Poi, il contratto può essere a tempo determinato, indeterminato. C’è poi il problema dei controlli che dovrebbero essere svolti dagli organi di vigilanza».

I controlli che cosa scoprirebbero?

«Un'overdose di flessibilità che ha finalità elusive dei diritti dei lavoratori. E altera la libera concorrenza fra imprese».

Alterazione della libera concorrenza?

«Certo. L'ampio uso dei voucher o del lavoro a chiamata non fa un buon servizio ai datori di lavoro: è responsabile della cattiva concorrenza fra le imprese che stanno dentro le regole e quelle che invece stanno fuori, traendone un indebito vantaggio. È una follia pensare che un supermercato o un'impresa che produce frigoriferi possano pagare i “dipendenti” con i voucher. Neppure con i contratti di lavoro a chiamata, spesso tenuti in un cassetto e tirati fuori in occasione di controlli, per coprire l’utilizzazione di dipendenti che lavorano 40 ore settimanali».

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