Il dolore
Gerfalco, il piccolo borgo dove c'è un profugo ogni 3 abitanti
Nel piccolo paese della Maremma cresce l’insofferenza «Quei giovani non fanno nulla: sempre col telefonino»
Un ragazzo addenta una fetta di anguria, nel giardino dell’ex colonia estiva. Nello stanzone a piano terra, un altro sfoglia un dizionario di italiano. È circondato dalle schede dell’abecedario di infanzie lontane: drago per la D; mago per la M; nano per la N. I disegni sono aggiornati, rispetto al dado o alla mela delle elementari anni Settanta. Ma questi ragazzi della Nigeria, del Gambia, del Pakistan non possono saperlo.
1 MIGRANTE OGNI 3 ABITANTI
Gli ultimi sono arrivati da poche settimane a Gerfalco, una frazione del Comune di Montieri, sperso nelle colline metallifere fra Larderello e Massa Marittima. Siamo in una zona dove le strade di accesso escono dalla pancia del bosco. Qui i cartelli “vendesi” delle proprietà, dipinti in rosso su tavole di legno, si appendono agli alberi delle strade maestre. Non c’è segnale per il cellulare, in compenso ci arriva l’Unesco a proteggere il borgo che ti appare come un presepe, all’improvviso, dopo l’ennesima curva. Betlemme metallifera, illuminata dai lampioni di Magritte. Ma non basta la bellezza a trattenere i giovani. Per quello ci vorrebbe il lavoro che non c’è più. Così oggi a Gerfalco sono rimasti una sessantina di residenti, molti anziani. Più i 23 profughi. a rotazione da anni. Uno ogni tre abitanti. Che iniziano a mostrare segni di insofferenza. Alla presenza si sono (più o meno abituati). A vederli bighellonare, no.
L’ANTI CAPALBIO
Qui i malumori fanno meno rumore che a Capalbio, anche se la provincia è la stessa. A Gerfalco non abitano i vip. Il paese, poi, è un gioiello grezzo, in luoghi poco battuti: l’anti-Capalbio. Proprio come Prata, a pochi chilometri, il «paese della Pia di Dante», recita il cartello di benvenuto. In questa frazione di Massa Marittima il prefetto di Grosseto - lo stesso di Capalbio e di Gerfalco - ha mandato per la prima volta 21 migranti, quasi tutte donne e bambini. Ignorando il modello toscano, come trova uno spazio, lo riempie fino all’orlo. Massimo risultato con minimo sforzo. Malgrado i dubbi dei residenti e indipendentemente dai sindaci.
Certo la popolazione di Prata è più numerosa di Capalbio o Gerfalco circa 500 abitanti stanziali - ma almeno un terzo è già rappresentato da extracomunitari: soprattutto kossovari da anni impegnati nel taglio della legna. Grandi lavoratori che, però, continuano a fare comunità a sé. Un precedente di mancata integrazione. In più ci sono albanesi, marocchini. E ora arrivano i migranti. Dal vicinato sarebbero stati accolti con benevolenza, garantisce l’associazione Partecipazione e Sviluppo, che gestisce 7 centri di accoglienza nella zona, compreso quello di Gerfalco. Sono arrivati in dono abiti, fichi; la vigilia di Ferragosto sarebbe stato preparato un pranzo collettivo. E il medico del paese si sarebbe messo a disposizione.
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NON CI SI INTEGRA CON CHI NON LAVORA
Ma - è il dubbio di Carlo Pazzagli - come si può pensare «a un’integrazione reale in un paese piccolo come il nostro, con una popolazione così limitata, composta soprattutto da persone anziane che non parlano inglese? ». Certo con le lezioni (obbligatorie) di italiano e con il tempo questa barriera si può superare. Ma la preoccupazione della gente di Gerfalco è di altra natura.
Le parole escono a fatica, soprattutto per il timore di creare tensioni in un paese dove è impossibile non incrociarsi. «Il fatto è che sembra che questi ragazzi non vogliano lavorare. Non si fanno mai avanti, non si prestano per aiutare». Gli ultimi arrivati, dunque, sarebbero giovani di scarsa volontà. Sempre attaccati ai cellulari - «ma chi le paga le loro bollette?» - e mai con una scopa in mano. «Perché non puliscono un piazzale, anche qui in paese?». Sarebbero sempre rintanati nell’ex rifugio Sant’Anna «a fare nulla. Con l’eccezione di un ragazzo che, infatti, ha trovato lavoro in un caseificio qua vicino».
NON SEMBRANO PROFUGHI
In questo momento, gli abitanti di Gerfalco sono in attesa. Un gesto di buona volontà. Una manifestazione di disponibilità da questi ragazzi «che hanno poco l’aspetto dei profughi. I primi che arrivano dalla Libia si vedeva che scappavano dalla guerra. Accettavano perfino i pantaloni dei nostri vecchi di 80 anni. Questi, invece - raccontano in paese - vanno vestiti alla moda e hanno i cellulari ultimo modello».
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NON ABBIAMO OCCASIONI DI LAVORO
L’acredine traspare dalle parole. Ma è senza motivo, assicura Lamin Sawo. È un migrante del Gambia. Al suo paese era un autista. Ora ha un contratto da tirocinante per l’associazione Partecipazione e Sviluppo: è il loro rappresentante all’interno del centro di accoglienza di Gerfalco. In attesa dei documenti di rifugiato politico da due anni, parla l’italiano ed è il tramite ideale con gli altri ragazzi. Per i quali si fa garante: «Non è vero che non vogliamo lavorare. Tutti qui ogni giorno chiedono di poter fare qualche cosa, anche gratis. In passato, gli altri migranti sono stati impiegati in lavori come volontari. Andavano a pulire anche negli altri paesi vicini: ci venivano a prendere con dei mezzi, ma ora non ci vengono più a prendere e quindi non possiamo più andare».
Intorno a Lamin gli altri ragazzi annuiscono. C’è un altro autista, un musicista, uno stilista. Un ragazzo che aveva una lavanderia. E giurano di essere pronti a «svolgere qualunque lavoro, anche gratis, pur di non stare tutto il giorno a guardare film o scambiare idee». Ma il problema - dice Lamin «Sawo - è che non lavoriamo per mancanza di occasioni, non per mancanza di voglia». Le uniche incombenze dei ragazzi oggi sono le pulizie della casa o la cucina. Nel pomeriggio verso le tre, una pentola è sul fuoco e un migrante si cimenta con gli spaghetti: per terra, cassette di patate e cipolle. Gli elementi di base, per misurarsi coi fornelli.
I MIGRANTI SONO UN BUSINESS
Questo dettaglio non sfugge agli abitanti. A Gerfalco, ci si domanda come mai «il personale della coop sia ridotto. Prima a occuparsi dei ragazzi c’erano 5 o 6 persone, mentre oggi di solito viene una sola persona. E se i ragazzi puliscono e cucinano da soli, quanto guadagnano le cooperative per ospitarli?». C’è chi comincia a fare i conti in tasca ai gestori delle case di accoglienza. E i calcoli «non tornano». Se i «35 euro al giorno servono per vitto, alloggio e servizi, ma i migranti cucinano e puliscono da soli, quanto guadagnano le coop su ogni profugo?». Franco Cavicchioli di Gerfalco aggiunge una considerazione: «Io avevo una zia di 96 anni che quando è morta aveva una pensione di 450 euro al mese; per questi migranti, si spendono circa 1000 euro al mese: è giusto?». La risposta arriva da Massimiliano Iseppi di Prata: non è giusto. Specie pensando ai disoccupati e agli esodati italiani. «Vorrei essere chiaro: i migranti, anche se arrivati da poco, non ci hanno dato problemi e non credo ce ne daranno. Ma quando si capirà che non possiamo continuare a ospitarli tutti? Se vogliamo aiutarli, dobbiamo sostenerli nel loro Paese. E non farli arrivare».
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