Finanza
Migranti, le opportunità mancate delle comunità locali
Il mediatore dei centri grossetani: "L’ospitalità è un affare per tutti"
«L’accoglienza dei migranti è un business. Ma lascia l’amaro in bocca che piccole realtà come Gerfalco o Prata non riescano a partecipare a queste attività». Di fatto a trarne vantaggio.
Giampaolo Pastorelli coordina i mediatori dell’associazione Partecipazione e sviluppo che gestisce 7 centri di accoglienza, con circa 180 profughi ospitati. Non si vergogna a dire che l’accoglienza dei migranti è un affare. E anche un’opportunità. Piuttosto denuncia che non riesce a trovare operatori che lavorino per l’associazione nelle case di accoglienza.
Pastorelli, molti residenti nei piccoli paesi dove ospitate migranti puntano il dito: le coop guadagnano sulla pelle dei profughi. Cosa risponde?
«È indubbio che l’accoglienza sia anche un business. Lo conferma il proliferare delle coop, srl, associazioni che si occupano di accoglienza. Ma è anche indubbio che l’accoglienza stia attivando un mercato, un giro di soldi notevole che produce effetti positivi in realtà piccole come Prata, Gerfalco dove non c'era più economia».
Quali effetti positivi sui paesi, scusi?
«Parlo un ritorno per il territorio. Noi dobbiamo acquistare derrate alimentari, servizi, abbiamo bisogno di persone. Ad esempio fra Gerfalco e Prata abbiamo cercato un operatore per i nostri centri di accoglienza, ma non abbiamo trovato nessuno disposto a lavorare: il contratto, da 1050 euro al mese, era per una persona automunita, che parlasse inglese, capace di risolvere problemi pratici. Nessuno si è fatto avanti. Questo ci lascia l’amaro in bocca. Come le comunità locali che non sfruttano la possibilità di lavorare grazie alla presenza dei migranti».
Magari le comunità guardano con diffidenza ai centri perché accolgono decine di migranti che non lavorano. Perché non fanno niente?
«Chiariamo subito: molti di loro ci implorano di lavorare. Molti si offrono anche di lavorare gratuitamente pur di non stare in casa senza fare nulla».
E perché non possono lavorare gratis?
«Esiste un problema di normativa. Per i primi tre mesi non possono lavorare. Poi subentra il problema dell’assicurazione. Anche per un tirocinio, un apprendistato, un datore di lavoro che fosse disponibile a prendere uno di questi ragazzi dovrebbe pagare un’assicurazione e farsi carico di alcuni adempimenti. Ci siamo informati, ma non c’è nessuno disposto ad accollarsi questi costi, pur avendo un lavorante gratis. Ci dicono che sono costi aggiuntivi che non riesce a coprire. Noi, del resto, come associazione, non possiamo né creare né offrire lavoro. Possiamo garantire assistenza, compilare curriculum, orientare i migranti, insieme all’ufficio del lavoro, ma non andare oltre».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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