Il Tirreno

Toscana

«Libere di scegliere, il burkini è solo moda»

di Ilaria Bonuccelli
Una donna musulmana sorride all'obiettivo mentre fa il bagno con il suo burkini
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Una donna musulmana sorride all'obiettivo mentre fa il bagno con il suo burkini

La leader degli islamici toscani: io in spiaggia con il costume occidentale

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«La religiosità non si misura in centimetri di stoffa». Figurarsi in una gara fra bikini e burkini. Lapidaria Valeria Aisha Lazzerini, responsabile per la Toscana di Coreis, la Comunità religiosa islamica. La stessa che a luglio, dopo l’attentato terroristico di Nizza, ha proposto nelle chiese l’incontro di fratellanza e solidarietà fra musulmani e cattolici.

Dialogo interreligioso sì, battibecco sul burkini no. Tanto più che il burkini - il costume che copre il corpo da capo a piedi - è un’intuizione (commerciale) fra la moda e il marketing esportata una dozzina di anni fa dall’Australia. «E quindi non ha nulla a che vedere con le nostre tradizioni religiose, come si vede», sottolinea Aisha Lazzerini che al mare non ha problemi a indossare i costumi occidentali. Pezzo intero o due pezzi non si dilunga in dettagli “irrilevanti”. In compenso Aisha Lazzerini tiene a spiegare perché al mare evita di nascondersi sotto strati di vesti. Non lo fa soltanto perché occidentale e cristiana è nata e si è convertita all’Islam intorno ai 26 anni.

La ragione è più profonda. «Nel Corano - spiega - non si fa cenno all’obbligo di coprire il corpo e di come coprirlo. Come del resto nella Bibbia non ci sono riferimenti del genere. Nel Corano si fa un riferimento delicato a “non mostrare le parti belle” del corpo, c’è un riferimento esplicito a evitare l’ostentazione, un’esortazione al pudore, alla modestia a una certa sobrietà». Ma la sobrietà - ribadisce Aisha Lazzerini - non ha nulla a che vedere con il burkini. «Anzi, a ben vedere, esibire il burkini sulle spiagge finisce per essere una provocazione. In un certo senso ottiene l’effetto opposto di quello che desidera: invece di nascondere, attira l’attenzione. E, quindi, si rileva non così sobrio come vorrebbe essere. Per questo dico che la modestia, la pudicizia non c’entrano con i centimetri di stoffa». E ai centimetri di stoffa - insiste la presidente toscana di Coreis - bisogna evitare di associare anche «la religiosità. Il burkini ha una scarsa rilevanza per l’Islam. Come comunità religiosa islamica, la nostra funzione principale è quella di formare e informare, oltre a promuovere il dialogo interreligioso. Dobbiamo puntare sulla spiritualità e non perderci dietro alle questioni che attengono più al “costume” inteso come tendenze di società e moda».

IL COMMENTO - Fermarsi alle apparenze è un offesa per tutte noi

Fra l’altro - osserva ancora Aisha Lazzerini - è riduttivo limitare a “burkini sì, burkini no” il dibattito sulla libertà religiosa, il dibattito sulla donna e i suoi diritti. «È proprio sbagliata l’impostazione. Di questo abbiamo parlato all’interno di Coreis, non solo della comunità toscana, e ci siamo trovati tutti d’accordo. La sobrietà non si riduce a cosa si indossa al mare: è più un modo di essere. Quindi abbiamo deciso di archiviare la questione del burkini a un argomento di scarsa rilevanza, diventato di attualità soprattutto da quando è stato trasformato in un business». Che, però, in Italia non avrebbe ancora attecchito: le vendite sarebbero pressoché nulle. Ma al di là dei dati commerciali, resta la convinzione religiosa. La contrarietà culturale al burkini in Coreis, da Nord a Sud. Senza incrinature. La recente dichiarazione di Mulayka Enriello, nel cda del Coreis di Milano, al Corsera, la conferma (se ce ne fosse bisogno): «Il burkini è forzatura e provocazione, non ha legami con le nostre radici. Se poi copre anche il volto, è del tutto inaccettabile».

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