Effetto Brexit: sterlina debole e dazi, trema l’export toscano
Industriali, artigiani e Coldiretti temono il cambio sfavorevole con l’euro: «Gli inglesi non compreranno più i nostri prodotti perché troppo cari»
Si preoccupa Confindustria. Anche se nel 2015, i filati e i tessuti di Prato hanno conquistato fette di mercato nel Regno Unito. Così l’olio, il vino e i prodotti agroalimentari di Toscana, i mobili di Quarrata e la carta di Lucca. La bilancia dell’export pende verso la Gran Bretagna. Non è il primo mercato per la Toscana, ma è importante. Per l’industria. Per la piccola e media impresa, dice Cna. Che teme l’uscita del Regno Unito dall’Europa. Il «ripristino dei balzelli non aiuterà gli scambi commerciali», commenta Valter Tamburini presidente di Cna Toscana. «Il deprezzamento della sterlina, farà il resto», aggiunge Tulio Marcelli, presidente di Coldiretti. Più aumenteranno i prezzi e meno gli inglesi compreranno olio e vino toscani.
EXPORT POSITIVO
Eppure gli affari con la Gran Bretagna nel 2015 per la Toscana erano andati così bene. E il 2016, in generale, era iniziato anche meglio. Per quasi tutte le province. I dati di Confindustria parlano di una regione che esercita un grande fascino sul mercato inglese. Gran parte del merito è della moda e del settore agroalimentare, spiega Marcello Gozzi, direttore di Confindustria Toscana Nord (Prato, Pistoia, Lucca), che riunisce tre delle province fra le principali esportatrici verso il Regno Unito. «In effetti - aggiunge Andrea Cavicchi, presidente di Confindustria Toscana Nord - il settore della moda è cresciuto molto, soprattutto grazie ai tessuti e ai filati». Questo spiega perché a Prato, ad esempio, nel 2015 il saldo dell’export verso UK cresca del 28% (quasi 112 milioni in più rispetto all’anno precedente) e nel primo trimestre questa tendenza non si sia fermata (+24%). «Il filato fantasia di Prato, anche nella maglieria, lo scorso anno ha fatto la differenza - dice Cavicchi - in una Gran Bretagna alla ricerca sempre di prodotti di qualità più alta. Ecco perché viene a rifornirsi da noi in Toscana». È così per il tessile, ma anche per i mobili di «alto livello» - ribadisce Marcello Gozzi - che hanno nell’area di Quarrata il loro punto di riferimento. «Oltre all’arredamento di pregio, comunque, la Toscana nord esporta in Gran Bretagna la carta di Lucca, considerando, comunque, che la maggior parte delle cartiere ha nel Sud della Gran Bretagna anche stabilimenti di produzione. Infatti, per molte aziende è più conveniente produrre in loco: costa meno che trasportare il prodotto».
INGLESI PRESI PER LA GOLA
Poi ci sono le altre eccellenze: la nautica di Viareggio, con la vendita di yacht di dimensioni anche superiori ai 50 metri. E, non ultimo, il settore agro-alimentare. Con l’olio, le eccellenze si trovano in Lucchesia, ma non solo. Olio e vino sono eccellenze anche della provincia di Siena che, infatti, nel saldo fra importazioni ed esportazioni con il Regno Unito nel 2015 registra un’impennata del 29%, la più alta della Toscana. Tutto il settore dell’agroalimentare, in realtà, gode di ottima salute, non solo nel Senese, specifica Coldiretti Toscana. Le cifre (anche se non altissime) lo dimostrano: il fatturato dell’export verso la Gran Bretagna è in crescita costante. Nel 2014, in Toscana 158 milioni; l’anno scorso 185 milioni, una crescita del 16%.
LA STERLINA DEBOLE FA PAURA
«Del resto olio, vino e formaggi (soprattutto i pecorini della Maremma) sono amati in Gran Bretagna. Ma il rischio che ora corriamo - dice Tulio Marcelli, per Coldiretti - è che con il deprezzamento della sterlina i nostri prodotti, in euro, costino troppo per le tasche degli inglesi. E che quindi, pur restando molto apprezzati, vengano comprati meno perché troppo cari per le tasche dei britannici. Questo metterebbe il difficoltà molte delle nostre aziende».
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PERICOLO BALZELLI
In generale il concambio sfavorevole per la sterlina (rispetto all’euro) rischia di avere ripercussione per tutti gli scambi commerciali «che saranno resi ancora più difficoltosi - ribadisce Valter Tamburini (Cna) - dal ripristino delle dogane. E magari anche dalla reintroduzione dei balzelli. Inoltre, sarà più complicato anche andare ad aprire filiali in Gran Bretagna, a differenza di ora. Grazie al mercato comune e alla libera circolazione, infatti, anche per le piccole e medie imprese attivare una filiale nel Regno Unito era come aprirla in Italia. Non c’era bisogno di permessi di soggiorno o trafile burocratiche. Presto non sarà più così».
ASPETTARE GLI ACCORDI
Più caute le previsioni di Confindustria che, però, non nasconde la propria preoccupazione. «Noi - ricorda Marcello Gozzi - a livello nazionale ci siamo già attivati con il governo. L’indicazione è di mantenere rapporti e canali più aperti possibili con il Regno Unito. Per la Toscana non è il mercato di riferimento (è la Germania e, per alcuni settori, la Francia o gli Stati Uniti) ma è sempre importante. Perciò si deve mantenere un legame forte». Soprattutto per l’agroalimentare, il tessile, il cartario. «Ci rendiamo conto - riprende Gozzi - che tutto dipenderà dagli accordi che verranno presi a livello comunitario, al momento di negoziare l’uscita del Regno Unito dall’Europa. Ma non è interesse di nessuno, né di Inglesi né di Europei, prendere accordi che danneggino l’accesso ai reciproci mercati. Ora siamo ancora in una situazione “a caldo”. Il referendum consultivo si è appena tenuto, le negoziazioni si dovranno tenere nei prossimi due anni. A questo punto l’importante - sottolinea Gozzi - è che quello fra Uk e UE non ci sia un divorzio litigioso». E anche - conclude il direttore - che «l’effetto Brexit non si estenda ad altri Paesi. Che la Gran Bretagna non venga imitata da altri Stati, magari finanziariamente più deboli».
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