Il presidio
L’uomo che conosce i pensieri nascosti dei peggiori criminali
Intervista al professor Kent Kiehl, a Lucca per una conferenza: «Anche i più violenti si possono curare, i loro disturbi hanno cause genetiche»
«Gli psicopatici, anche i più violenti, si possono curare. Non vanno solo puniti». Kent Kiehl è sicuro: interagire con loro, soprattutto quando il disturbo mentale si manifesta in età giovanile, funziona, tanto da ridurne del 50% la pericolosità.
Di questo e molto altro ha parlato a Lucca il neuroscienziato statunitense, professore all'università del New Mexico di Albuquerque, nel corso di una conferenza organizzata dalla scuola Imt. Kiehl è “L'uomo che sussurra agli psicopatici”: titolo in italiano del suo libro “The Psychopath Whisperer” , nel quale racconta la sua ricerca condotta su oltre tremila criminali – di cui cinquecento psicopatici - nelle carceri degli Stati Uniti. Il professore non solo ha passato ore a colloquio con loro, ma è entrato dentro il loro cervello. Come?
«Con una sofisticata macchina mobile per la risonanza magnetica, costruita appositamente e montata su un camion, con cui insieme ai miei collaboratori abbiamo girato la maggior parte delle prigioni statunitensi, raccogliendo in diretta migliaia di dati sull'attività cerebrale dei criminali. Questi studi hanno portato alla realizzazione del Mind Mobile Mri System: è il più grande database del mondo in questo campo. Ed è stata la prima volta che qualcuno si è addentrato così da vicino nel cervello dei criminali».
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Cosa ha scoperto?
«Che il loro cervello è diverso per ragioni genetiche: ha una ridotta densità di materia grigia nella regione che regola l'elaborazione emotiva. Questo spiega le caratteristiche più comuni degli psicopatici: mancanza di empatia, di senso di rimorso, di paura, impulsività, anaffettività. Tuttavia su questo disturbo mentale incidono anche fattori ambientali, soprattutto problemi familiari».
Quindi gli psicopatici si possono recuperare?
«Sì. Ciò che sta facendo un centro di riabilitazione giovanile del Wisconsin sta dando risultati molto incoraggianti. Là vengono presi ragazzi ad alto rischio, che manifestano cioè tratti di psicopatia e già autori di reati e violenze, e sono seguiti con programmi intensivi, che prevedono tra l'altro interazioni con il personale e ricompense, tipo un videogame nel weekend, ogni volta che si comportano bene. La metà di quelli che sono usciti non ha più commesso reati violenti. Alla struttura del Wisconsin, che è stato il primo centro ad applicare questo metodo, se ne sta aggiungendo un'altra in Georgia».
Come sta reagendo la comunità scientifica statunitense?
«Con grande interesse, visti i riscontri che si sono avuti. Del resto questo approccio riduce drasticamente le spese per la giustizia penale. I dati del Wisconsin parlano chiari: per ogni 10mila dollari investiti da quello Stato per la struttura, ne sono stati risparmiati più di 70mila per effetto delle minori carcerazioni. Bisogna continuare nello studio, perché c'è ancora molto da scoprire, in particolare sui bambini e sui ragazzi, in modo da riuscire a captare i primi segni premonitori della psicopatia e quindi imparare a trattarla, nell'ottica della prevenzione e della cura del disturbo».
Da cosa è nato il suo interesse per lo studio degli psicopatici?
«Sono nato e cresciuto a Tacoma, nello stato di Washington, a circa un miglio dalla casa di Ted Bundy, uno dei peggiori serial killer di sempre, al quale sono stati attribuiti almeno 30-35 omicidi di donne, per di più aggravati da crudeltà inaudite (è stato giustiziato sulla sedia elettrica nel 1989, ndr). Mio padre era un redattore del giornale locale e spesso scriveva delle storie di Bundy, che divenne un tema frequente nelle nostre conversazioni a cena. Quelle conversazioni hanno definitivamente formato il mio interesse per lo studio degli psicopatici».
Ha mai avuto paura a parlare con i criminali?
«Sì. E' successo una volta, dopo aver parlato con un omicida che mi aveva confessato un delitto e una settimana dopo è stato arrestato. Ha pensato che fossi stato io a fare la spia, mentre in realtà era stato un suo complice. Quando sono andato in carcere, le guardie mi hanno sconsigliato di restare con lui perché aveva promesso di uccidermi».
C'è anche chi ha avuto paura di lei, scambiandola per un assassino...
«Ero in aereo, seduto dal lato del finestrino, e stavo scrivendo una relazione su un'intervista con un detenuto dell'Illinois, accusato di aver ucciso due donne e un bambino di 10 anni. Accanto a me c'era una donna che guardava quello che scrivevo. A un certo punto si alza e non la vedo più per tutto il volo. Una volta a terra, stavo avviandomi all'uscita quando due guardie di sicurezza mi hanno preso per un braccio, pregandomi di seguirle in ufficio, dove mi hanno cominciato a interrogare, chiedendomi se avevo qualcosa da confessare. Allora ho capito che la signora aveva avuto paura ed era andata a denunciarmi»
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