Il Tirreno

Toscana

Rossi non si arrende «Lotto contro un partito grigio»

di Ilaria Bonuccelli

Primo bilancio nella corsa alla segreteria nazionale del Pd Lo vuole a sinistra, con vertici selezionati per competenza

5 MINUTI DI LETTURA





A metà mattina, Enrico Rossi, fa colazione con una Golden. Sbuccia la mela gialla, seduto alla scrivania in vetro, nello studio da presidente della Regione, a un passo dal Duomo di Firenze. Cita, come esempio di buona amministrazione, la nonna: «Si spende per quanti soldi si hanno». Come leader, invece, fa riferimento a Papa Francesco, l’unico con il coraggio di denunciare che la politica «è schiava» dell’economia. Lo aveva già detto Marx, ma la sinistra sembra averlo dimenticato. «E soprattutto il Papa lo ascoltano», dice Rossi. Il Pd «sempre di meno». La sinistra ha perso presa e credibilità.

Alla vigilia delle amministrative toscane e a tre mesi dalla candidatura alla segreteria nazionale del partito, il governatore traccia il primo bilancio. Rivendica il diritto anche a livello nazionale di dire (e fare) «qualche cosa di sinistra», come in Toscana, dove rilancia la produzione dell’acciaio a Piombino, contro «i gufi dell’industria siderurgica che fanno ostruzionismo all’imprenditore arabo che investe da noi». O dove trasforma Livorno in uno dei porti più importanti d’Europa con una nuova darsena da 700 milioni.

Presidente Rossi, perché questo impulso a candidarsi alla segreteria?

«Perché a livello nazionale non esisteva alcuna offerta politica che mi convincesse. Non mi convincono né Renzi né i renziani ».

Non le sembra un suicidio politico in un partito a larga maggioranza renziana?

«Se non lo avessi fatto mi sarei sentito un codardo. Non mi convince Renzi ma neppure gli anti-renziani».

Perché Renzi e i renziani non la convincono?

«Perché esprimono una cultura diversa dalla mia. E, spesso, provengono da una cultura diversa dalla mia. Io appartengo a un’area che sta nella storia della sinistra comunista riformista e democratica. Invece i renziani si riconoscono in una posizione liberal moderata, pragmatica distante da me. È evidente che non condivida le scelte politiche prese sulla base di questa impostazione».

Questo significa non condividere le scelte di governo?

«No. Sostengo il governo per tutte le decisioni positive prese, ma mi sento libero di criticarlo quando non sono d’accordo».

Però lei non è neppure d’accordo con la minoranza dem, con gli anti-renziani che in Parlamento votano anche contro il governo.

«Infatti non mi riconosco neppure negli anti-renziani. Mi è parso che finora abbiano portato avanti una battaglia sulle leggi, dando l’impressione di voler tentare la spallata al governo, ma a mio avviso il percorso di ricostruzione della sinistra e anche di opposizione a Renzi è più lungo».

Che cosa serve, scusi?

«Se vogliamo tornare a vincere come sinistra, dobbiamo ricostruire la nostra identità, proporre un’identità socialista nuova al Pd che, invece, è un partito grigio».

Che significa che il Pd è un partito “grigio”?

«Che ha smarrito i propri riferimenti sociali che, invece, erano chiari. E devono tornare a esserlo: noi dobbiamo essere il punto di riferimento per i lavoratori dipendenti, per le partite Iva, per la piccola e media impresa, per i disoccupati, gli emarginati. Invece, il Pd attuale mi pare che sia molto “interclassista”. E si rivolge in modo generico ai “cittadini”».

Di chi è la colpa?

«Non possiamo dare la responsabilità di tutto a Renzi. Renzi non è che l’ultimo anello della catena di una sinistra che coltiva sconfitte collezionate da prima del suo avvento. Matteo per la sua vittoria ha trovato una prateria spianata su cui cavalcare liberamente, preparata da una sinistra che ha perso la sua identità. Insomma, Renzi ha preso atto della situazione: il lavoro gli era stato già stato preparato».

E lei come intende reagire?

«Intanto prendendo atto che all’ultimo congresso la sinistra è stata sconfitta. Oggi Renzi è il capo del governo e il nostro segretario che deve essere sostenuto».

Ma questo non le pare in contraddizione con la sua scelta di candidarsi?

«Il sostegno al premier e al segretario del Pd deve essere basato sulla lealtà, ma allo stesso tempo la lealtà comporta che uno esprima liberamente i propri pensieri, le critiche, le proposte senza infingimenti, secondo il principio della maggioranza che è fondamentale per chi sta in un partito».

Partito che ha vertici che fanno riferimento a Renzi.

«Il problema non è solo quello. Il problema è che il partito deve essere ricostruito perché possa contare di nuovo su militanti reali e non solo su comitati elettorali o finanziatori dai quali poi dipendono gli eletti. Ci vuole un partito che dialoghi con le forze sociali, con i corpi intermedi e che abbia un gruppo dirigente che si autoselezioni in base alla correttezza e alla competenza».

Vuol dire che il partito di Renzi questo non lo fa?

«Voglio dire che il partito deve essere ricostruito».

Ma qual è il suo giudizio su Renzi?

«Devo distinguere in base ai ruoli».

Come premier?

«Come governante del Paese mi ha meravigliato in senso positivo. Ha realizzato cose potive e con la sua energia ha prodotto dei cambiamenti nel modo di fare politica che, possono piacere o no, ma ci sono stati. Anche se, a mio avvio non si governa un Paese da soli da Palazzo Chigi. Infatti, nel metodo con il quale governa ho molte riserve».

E come segretario del Pd?

«La mia proposta è alternativa alla sua».

Ma se perde il congresso che va a fare?

«Rispondo come mi rispose Renzi quando, da sindaco di Firenze, mi annunciò che si candidava alla segreteria del Pd: se perdo resto a fare quello che faccio. Come se vinco. Rimango a governare la Toscana fino al 2020. Se perdo, però, avrò una percentuale di rappresentatività nel Pd che non è un monolite. Anche se alcuni vecchi compagni, oggi renziani, tendono a proiettare la figura di Togliatti su Renzi, siamo ancora un partito pluralista».

Però, potrebbe non essere facile per lei continuare a governare la Toscana da sconfitto. Già oggi si dice che spesso viene sconfessato dal Pd in consiglio regionale, a maggioranza renziana.

«In consiglio non mi sento affatto isolato. Questo è più un gioco sul quale insiste M5S nel tentativo di dividere. In realtà siamo compatti, anche in questioni delicate, come la regolamentazione della libera professione».

Veramente sulla libera professione, l’assessore alla Salute, Stefania Saccardi (renziana) sostiene che la legge attuale vada salvaguardata. Lei, invece, vuole demolirla.

«L’assessore Saccardi fa bene a rispettare le leggi, da assessore alla Sanità. Io alla mia età, mi sento adulto a sufficienza da proporre al Paese una legge che demolisca l’attuale sistema, proprio perché vedo la schifezza che i cittadini sono costretti a vivere con questa organizzazione della libera professione. Ma non esiste alcuno strappo fra me e l’assessore, il gruppo o il Pd. Anzi a giorni riapriremo il dibattito grazie alla proposta di legge che presenterò».

Se non riuscirà a diventare segretario del Pd, alla scadenza del mandato da presidente nel 2020 dove si vede?

«Non saprei. Ma so dove sono ora: qui, a dire qualche cosa a livello nazionale, per rinnovare la storia alla quale appartengo. E per la quale credo che in questo secolo ci sia più futuro che per le idee moderate».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino