Ritardi, niente telecamere e l'eparina che non manca: i punti oscuri delle indagini
Dopo la denuncia della Asl si verificano altre morti a Villamarina. Il giallo dell'eparina: a portata di tutti nel carrello ma non risulta "mancante"
Perché non sono state usate le telecamere per incastrare il killer dell’ospedale di Piombino? Perché ci sono voluti tre morti (ulteriori) dalla denuncia dell’Asl alla Procura per individuare la presunta infermiera killer? E perché per quasi due anni un assassino ha ucciso indisturbata in un reparto d’ospedale? Le domande superano le risposte nel caso dell’infermiera di Piombino accusata di aver ucciso, fra il 2014 e il 2015, 13 pazienti. Quasi tutti assassinati con bombe di eparina. Una sostanza che ancora non è chiaro come e dove Fausta Bonino si sia procurata, visto che ufficialmente dall’ospedale di cui è dipendente non risulta mancare.
1) ... È UNA CHE VIENE DA FUORI
La verità e le sue contraddizioni. Il giallo nel giallo. Sintetizzato in un’intercettazione del 28 agosto 2015, nella quale Fausta Bonino, alle 19,04 dice «.... loro continuano a credere che ci sia questa persona così, che però potrebbe anche non essere una di noi, m’hanno detto loro potrebbe essere anche una che entra... dal di fuori, potrebbe essere perché... come avevo detto io e tutti quanti il carrello dei medicinali è lì...». A portata di tutti.
2) INTERCETTAZIONI, MA NIENTE TELECAMERE
Il telefono di Fausta Bonino, dunque, nell’estate 2015 è sotto controllo. I registri delle presenze in terapia intensiva la danno presente sempre in concomitanza con i decessi dei pazienti la cui morte è causata da emorragie. Da sangue incapace di coagulare in conseguenza di iniezione “malevola” di eparina, già acclarata almeno in due casi, anzi tre: gennaio, marzo e luglio 2015. Malgrado già due casi di decessi da eparina - gennaio e marzo 2015 - e la denuncia formale dell’Asl (maggio 2015), la magistratura non ritiene di dover piazzare telecamere nella terapia intensiva di Piombino. Sembra che non lo ritenga il mezzo più idoneo a incastrare l’eventuale assassino. Per varie ragioni: la terapia intensiva sarebbe un reparto di “passaggio”, difficile da controllare con le telecamere; la difficoltà di distinguere quando un’iniezione viene fatta per terapia e quando invece per dolo. A parte il fatto di poter sempre effettuare un riscontro attraverso le cartelle mediche, nelle quali la terapia deve essere indicata. La magistratura, comunque, ha ritenuto più opportuno affidarsi alle intercettazioni.
3) DA MAGGIO A OTTOBRE
Proprio le intercettazioni servono per contestare i reati all’indagata, arrestata cinque mesi dopo essere stata trasferita (contro la sua volontà) dalla terapia intensiva al poliambulatorio di Piombino. Se è vero che una volta allontanata dal reparto, sarebbe diventato (più) difficile reiterare il reato, resta da capire perché si sia impiegato tanto a fermare un sospetto. Un’attesa che, ha significato tre ulteriori morti. La cronologia non lascia scampo. Come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, l’8 maggio 2015 i Nas informano la procura di Livorno dei decessi sospetti all’ospedale di Piombino. L’Asl Toscana Nord Ovest sostiene di essere stata informata dai carabinieri dei sospetti sull’infermiera Bonino solo a ottobre. Scatta il trasferimento da terapia intensiva al poliambulatorio. Ma da maggio a ottobre, sono morti altri tre pazienti: a luglio, agosto e l’ultimo, il 29 settembre. Perché c’è voluto così tanto per individuare un sospetto “certo”? Con le telecamere i tempi sarebbero stati più brevi?
4) MORIRE IN TERAPIA INTENSIVA
La magistratura e l’Asl sostengono che non è facile individuare un omicida in un reparto dove ci sono 10 medici, 18 infermieri, oltre a 4 operatori socio-sanitari. Ma proprio l’Asl dovrebbe spiegare perché almeno per il 2014 ci sia stata una persona che è riuscita a uccidere (probabilmente) 8 persone senza che nessuno se ne accorgesse. I casi del 2014, infatti, sono emersi quando, scoperti gli omicidi del 2015, l’Asl ha controllato le cartelle cliniche dell’anno precedente e ha trovato i decessi sospetti. La domanda è tanto più legittima, considerando che del primo omicidio 2015 - 9 gennaio - si accorge il nuovo primario (con l’ematologo) che si è insediato da una decina di giorni. Perché in precedenza gli omicidi sono passati inosservati? Basta la spiegazione data dall’Asl come giustificazione? «In terapia intensiva muoiono molti pazienti a cose normali». Quindi anche 8 decessi su 81 nel 2014 si possono nascondere bene.
5) IL MISTERO DELL’EPARINA
Il ragionamento sarebbe (forse) condivisibile, se il killer avesse utilizzato sostanze difficili da rintracciare, come l’insulina. Invece, i pazienti vengono assassinati con l’eparina. Almeno nel 2015. Non a caso, nell’intercettazione la stessa Fausta Bonino dice: «... Come avevo detto io e tutti quanti, il carrello dei medicinali è lì (in reparto, ndr) non c’ha nulla.. dove stava l’eparina, eh, ho detto lì, quel carrello è lì, è lì davanti eh». Come a dire in un posto dove tutti si possono servire. Ma per l’Asl non manca neppure un grammo di eparina di quella in carico all’ospedale, dopo gli accertamenti effettuati. La Procura non smentisce la conclusione, ma è meno ottimista. Nel senso che sostiene che non sia così tracciabile il percorso dei farmaci, una volta arrivati al magazzino dell’ospedale. Di qualunque ospedale. Tanto che si pensa sia stato utilizzato, per uccidere l’ultima vittima, Bruno Carletti, un flacone multidose di eparina, aperto il 29 agosto, ma lasciato per un mese nel carrello dei farmaci. Fino a quando non sarebbe stato utilizzato per l’omicidio «considerata l’accertata assenza, il 28 e 29 settembre, di utilizzazioni terapeutiche del farmaco su altri pazienti del reparto».
LA CRONOLOGIA DELLE 13 MORTI
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