Il Tirreno

Toscana

Uranio impoverito. «Mario tradito da un lavoro che amava e in cui credeva»

di Sabrina Chiellini
Mario Mele, maresciallo della Folgore ucciso a 59 anni
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Mario Mele, maresciallo della Folgore ucciso a 59 anni

La salma del militare ucciso da una leucemia viene composta nella sua casa, indosso la divisa dei parà. Prima di morire aveva espresso il desiderio di ottenere verità e giustizia sull'uranio impoverito

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CASCINA. Di missioni all’estero il maresciallo della Folgore Mario Mele ne aveva fatte tante. Credeva in quello che faceva, ricordano i familiari e gli amici. «Era sicuro che il suo lavoro avrebbe aiutato popoli dilaniati dalle sofferenze». Quello che invece il paracadutista della Folgore non poteva immaginare è che avrebbe pagato un caro prezzo, quello della sua vita, per avere partecipato alle missioni di pace in Kosovo, Afghanistan, Albania, Somalia e Iraq.

Mario, cinquantanove anni: la vittima numero 328 dell'esposizione all'uranio impoverito. In quelle terre lontane, oltre all’incubo della guerra, c’era anche un nemico invisibile, respirato dai militari insieme al dolore di quella gente martoriata dalle bombe. Potrebbero essere state le esperienze nei Balcani a segnare il destino di Mele, anche se non è stato facile arrivare alla diagnosi finale della malattia, la leucemia, scatenata dai proiettili con l’uranio impoverito.

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«Chi può dirlo?», Commenta un collega mentre veglia la bara dell’amico. Hanno lavorato insieme a lungo. Il pensiero al pericolo mortale è inevitabile. «Io sto bene - dice l’uomo al capezzale - ma chissà che cosa potrebbe accadermi. Sono malattie che si scoprono nel tempo, anche a distanza di anni. In tanti siamo stati esposti a quelle polveri durante le missioni internazionali».

Mario era nato ad Addis Abeba; in un certo senso il risvolto internazionale della sua vita era stato un imprinting, sin dall’inizio della sua storia personale. La fine, invece, è stata spietata e prematura. I primi dolori, che lo avevano portato ad andare in pensione, poi la diagnosi del tumore: di tempo ne è passato. Ed era troppo tardi per cambiare il corso del destino.

A sentirle raccontare le storie di questi militari, vittime di un nemico invisibile, hanno tutte un denominatore comune. È la rabbia. E con essa la fatica di chi si scontra con una realtà difficile da accettare e con il tentativo di chi non vuole mettere in relazione i sintomi delle malattie diagnosticate ai veterani delle missioni di pace all’estero con l’uranio impoverito. Una realtà drammatica quanto vistosa, eppure non riconosciuta. E tutti raccontano di avere svolto il loro servizio senza indossare alcuna protezione a differenza dei soldati americani, che invece si proteggevano dalla polvere rilasciata da quei proiettili. I soldati americani erano a conoscenza dei rischi; quelli italiani invece no.

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«All’inizio non è stato facile capire – racconta la vedova di Mele, Stefania Volpi che gli è stata vicino con amore e dedizione – aveva dolori, dolori sempre più forti allo stomaco, stava male, ma non hanno individuato subito quale era la vera causa». Quando poi è arrivato il terribile verdetto il maresciallo era già stato costretto ad andare in pensione. «Non vogliamo parlare di quello che succederà da ora in poi – dicono la moglie e i figli – ora pensiamo al nostro dolore, alle sofferenze degli ultimi mesi».

Mario era malato da tempo e sapeva di non avere molte speranze di sconfiggere la malattia. Negli ultimi giorni, quando la fine sembrava avvicinarsi, la famiglia lo ha aiutato a realizzare il suo ultimo desiderio. «Voleva morire a casa sua», dicono i parenti, e così è stato. Il cuore del maresciallo si è fermato la mattina del 22 febbraio all’alba nella palazzina di Casciavola, nel comune di Cascina, in via Guelfi, dove la famiglia si è trasferita da poco tempo. Il feretro è stato composto a casa. E Mario ha voluto andarsene per quello che sarà il suo ultimo viaggio con la divisa che tanto amava. Quella della Folgore. La sua seconda pelle.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.13008367:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2016/02/23/news/strage-uranio-1.13008367]]«Non è stato facile: abbiamo dovuto affrontare giorno dopo giorno la sofferenza di nostro padre - dice il figlio, Ivan - e ora sarà ancora più difficile. Io e mia sorella Ilenia non abbiamo un lavoro, alla famiglia ha sempre pensato mio padre. Perdiamo un grande affetto ma anche il suo sostegno. È un momento durissimo». Questa famiglia ha assistito a lungo il maresciallo nel suo calvario, prima all’ospedale e poi nel letto di casa, paralizzato. Nella palazzina dalle pareti rosse le bombole dell’ossigeno, rimaste vicino alla porta di casa, sono un triste segno.

La vedova e i figli chiederanno giustizia e per questo si sono rivolti all’Osservatorio Militare che assiste le famiglie dei soldati nella battaglia legale per il riconoscimento dei danni causati dalle malattie indotte dall’esposizione alle polveri micidiali. Lo stesso maresciallo prima di morire aveva espresso la volontà di ottenere «verità e giustizia» per i figli e la moglie e ora anche per onorare la sua memoria. Il feretro resta esposto nella casa della famiglia Mele anche oggi fino alle 15, quando nella chiesa di Casciavola sarà celebrato il funerale del paracadutista. La casa è aperta alle visite dei familiari e degli amici ma anche di chi, venuto a sapere dell’ennesima vittima di una strage silenziosa, vorrà stringersi al lutto di questa famiglia.

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