Il Tirreno

Toscana

"Sono assegni intoccabili si creerebbero altri poveri"

Stefano Bartoli
"Sono assegni intoccabili si creerebbero altri poveri"

L'opinione dell'economista Alessandro Volpi: "Bisogna risparmiare sugli apparati centrali dello Stato"

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LIVORNO. «Qui si sta parlando di una platea di oltre tre milioni di persone, per la maggior parte donne e vedove, anche se non mancano altre situazioni. È comunque una platea fragile che non si può pensare di colpire così profondamente. Per fortuna, mi sembra che la smentita da parte del governo sia molta chiara ed altrettanto netta». È molto dettagliata l’analisi di Alessandro Volpi, economista, docente di storia contemporanea all’Università di Pisa, sull’ipotesi di un intervento “pesante” sulle pensioni di reversibilità per finanziare i provvedimenti a favore delle famiglie più povere: la loro “rivalutazione” in base all’Isee sembra definitivamente sfumata, ma per l’esperto si sarebbe comunque trattato di un’idea molto più dannosa che utile.

Le pensioni, argomento di cui non si cessa più di parlare, sembrano ormai diventate una sorta di salvadanaio per qualsiasi governo, in particolare dalla riforma Fornero in poi.
«Come dicevo prima, qualsiasi tentativo di attingere in quel mondo ed in particolare in quello degli assegni di reversibilità potrebbe creare problemi più grandi dei vantaggi. Proprio quel tipo di pensioni ha già subìto un grosso intervento nel 1995, l’anno in cui fu deciso di erogarle in proporzione al reddito di chi le avrebbe ricevute. Un taglio consistente per una platea molto estesa che, se ulteriormente penalizzata, rischierebbe di fornire davvero altri poveri alla fascia che si vorrebbe invece salvaguardare».

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Salvaguardia, ma in che modo? Anche attingendo alle reversibilità non ci sarebbero fondi sufficienti. «Esattamente. Il governo vorrebbe stanziare 600 milioni di euro quest’anno e un miliardo nel 2017, soldi che sarebbero sufficienti al massimo per un milione di persone rispetto alle oltre quattro milioni che secondo l’Istat vivono in uno stato di necessità. Il timore è che, legando le due cose, si finirebbe con il creare appunto un’ulteriore fascia più povera. Fortunatamente, torno a ripetere, è arrivata una smentita che non sembra lasciare dubbi».

Il problema però non si risolve: se non si vogliono toccare le pensioni, dove si può intervenire? «Guardi, in questo momento il problema più grande che abbiamo è il debito pubblico che alla fine dell’anno scorso era di 2.169 miliardi di euro e che in questi mesi del 2016 è aumentato di altri 33 miliardi. Le pensioni però non si possono toccare perché diminuerebbero immediatamente i consumi impedendo al Pil di crescere. Ed anche ulteriori tagli alla sanità sembrano impraticabili, così come altri interventi sugli enti locali».

Diciamo che in questi settori è già stato raschiato il barile. Allora su cosa si può intervenire?
«Per quanto riguarda le spese, secondo me ci sono ancora margini per ridurre i costi dell’apparato centrale dello Stato ed in particolare dei ministeri. Le spese sono ancora alte e sarebbe opportuna una revisione accurata per poter intervenire sui bilanci. Si tratta di cifre importanti su cui si può risparmiare con ricadute positive. Inoltre, bisogna puntare al massimo sulla creazione e l’aumento delle centrali di acquisto per quanro riguarda la pubblica amministrazione: è una strategia che ha sempre dimostrato di funzionare ed anche questa ci consentirebbe di recuperare risorse». Tagli ai ministeri, acquisti centralizzati: queste misure basterebbero secondo lei a ridurre il debito pubblico? «Sicuramente si tratta di un concetto che andrebbe ridiscusso con l’Europa, in modo da creare una situazione diversa. Certo, tornando al punto da cui siamo partiti, non si può pensare che la soluzione possa essere costituita da un intervento sulla reversibilità. E, lo ripeto, da ulteriori tagli a servizi come quelli sanitari o ai bilanci degli enti locali».

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