Il fisco vuole 74mila euro dall’artigiano in coma
Lucca: ridotto a una vita vegetale da 10 anni in seguito a un incidente sul lavoro Il risarcimento di 2,5 milioni non è mai stato pagato, ma lo Stato chiede l’imposta
LUCCA. L’artigiano lucchese non saprà mai quello che è successo. È isolato in un coma senza ritorno che dura da più di nove anni. La sua condizione di assente dal mondo gli ha risparmiato una beffa di Stato che, purtroppo, i suoi familiari hanno dovuto subire.
Non solo per un incidente sul lavoro l'uomo, che ha 49 anni, ha finito di vivere dall'ottobre 2006 e per sopravvivere, paralizzato dal collo in giù, affidato a un respiratore artificiale. Ci sono anche le spese mediche e di assistenza sostenute con grande sacrificio dalla famiglia a complicare un'esistenza a cui la sorte ha voltato le spalle. Se poi aggiungiamo pure la sentenza del Tribunale di Lucca che dispone per lui e la sua mamma un risarcimento, con gli interessi, di circa 2,5 milioni di euro, rimasta lettera morta, uno pensa che l'accanimento del destino abbia sfoderato il suo campionario più perfido. Sbagliato.
Il fisco bussa alla porta. Nello strabismo di un sistema burocratico che passa le carte e ignora le persone, è capitato che all'artigiano e alla mamma, amministratrice di sostegno, sia arrivato un avviso firmato dall'Agenzia delle entrate di Lucca. Motivo? Chiedevano a un uomo in coma dal 2006 il pagamento di 74.312 euro. Un conto preciso al centesimo pari al 3 per cento, fissato dall'imposta di registro da versare, calcolato sui 2,5 milioni di euro stabiliti dal Tribunale come risarcimento dei danni. Soldi previsti nel verdetto e rimasti sulla carta visto che la controparte condannata è quasi nullatenente. Il pignoramento di una quota di un immobile non copre neanche le spese legali.
L'erario, che non guarda in faccia a nessuno e non vede i propri eccessi di zelo, pretendeva di far pagare un'imposta alla vittima di un incidente sul lavoro anche se non aveva ottenuto i soldi che il giudice gli aveva riconosciuto.
Il balzello del 3 per cento. La legge (Dpr 131/86 articoli 37 e 57) è chiara nella sua architettura, pronta a dare risposte a tutto. E per il legislatore il pagamento dell'imposta sulla registrazione di una sentenza va estesa in solido a tutte le parti del contenzioso. E, quindi, se il condannato al risarcimento non salda l'importo, lo Stato va a bussare alla porta di chi ha vinto la causa. Insomma, quel balzello del 3 per cento qualcuno lo deve pur pagare. E allora il fisco fa la faccia la cattiva con tutti a prescindere dagli esiti delle sentenze. Un paradosso da cortocircuito della ragione che ha avuto, però, un lieto fine.
Il lieto fine. La commissione tributaria provinciale di Lucca ha rimediato alla logica dell'azione in automatico e a fari spenti. È stato annullato l'avviso dell'Agenzia delle entrate. Quella “tassa sul dolore” che per contesto e forma non poteva essere più odiosa è stata cancellata. Ma l'onere di dimostrare che quel provvedimento non aveva fondamento è toccato al contribuente che ha dovuto incaricare un legale e stare sulla corda per mesi in attesa di una sentenza liberatoria.
«Un lampo di giustizia». La famiglia vive in provincia di Lucca e fin dall'inizio della sua odissea è stata rappresentata dall'avvocato Andrea Bottone di Pisa. «Finalmente una sentenza che è un lampo di giustizia in una vicenda tragica - commenta il legale che con il collega Lorenzo Bonanni ha patrocinato la causa davanti alla Ctp - Abbiamo sventato uno scempio. Pagare questa imposta sarebbe stata un'atrocità. Il mio pensiero va alla famiglia che in questa vicenda è sempre stata eccezionalmente forte e ci ha sempre fatto sentire la propria fiducia in questi dieci anni. In particolare nel processo in cui abbiamo vinto una causa contro tutti e, soprattutto, contro l'omertà».
La storia. È il 2006 quando l'artigiano - la famiglia chiede di non rivelarne l'identità - rimane ferito in modo gravissimo mentre lavora in una proprietà privata. Trasportato in ospedale, non si riprenderà mai più. Tracheostomizzato, due vertebre cervicali fratturate, periodicamente viene portato al policlinico di Cisanello per la manutenzione del respiratore. Esiste ma non vive quel corpo che va assistito 24 ore su 24. Dopo due anni e mezzo di ricovero in ospedale l’uomo torna a casa. Neanche un euro è uscito dalle tasche della donna - che gli aveva commissionato i lavori nel suo giardino - condannata a risarcire lui e la mamma. E così le spese per seguire l'artigiano ricadono ormai da anni sulle finanze dei familiari. Che, dopo il calvario che hanno passato e che sono costretti ad affrontare ogni giorno, quando ad agosto ricevono l'avviso dell'Agenzia delle entrate, si vedono rifilare un'altra sberla. Stavolta non è la malasorte contro cui imprecare a cambiare il corso delle loro esistenze. Lo schiaffo arriva dallo Stato.
«Richiesta ingiustificata». «Era l'agosto 2015 - ricorda la sorella dell'artigiano - quando è arrivato questo avviso di pagamento. Ci siamo davvero disperati. Ho chiamato un paio di volte l'Agenzia delle entrate e, a parte la solidarietà personale di chi mi ha risposto, alla fine mi è stato detto che avrei, comunque, dovuto fare ricorso. È stata davvero una duplice beffa. Non solo non abbiamo preso un euro dalla sentenza del Tribunale, ma ci chiedevano anche di pagare l'imposta per una causa vinta e mai applicata. Una richiesta davvero ingiustificata. Siamo persone semplici e il pensiero di avere un debito non ci faceva dormire la notte. La paura che le cose non andassero a buon fine è stata tanta. Con l'annullamento ci siamo tolti un bel pensiero».
Il boomerang. Tra leggi e codicilli, che nell'esaltazione del cavillo elevato a stella cometa del burocrate diventano scudi giuridici, tutti si sono mossi nel rispetto delle norme. L'erario ha chiesto il 3 per cento per la registrazione dell'atto giudiziario, i destinatari dell'avviso hanno impugnato il provvedimento e la commissione tributaria in un moto di ragionevole certezza del diritto lo ha annullato. Con un effetto boomerang per il fisco e, quindi, ai danni dello Stato: anziché incassare i 74.312 euro chiesti all'artigiano in coma e a sua madre, l'Agenzia delle entrate è stata condannata a pagare oltre 7.000 euro per le spese di giustizia. Questa volta con la “G” maiuscola.
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