Il presidio
Giorno della memoria, l'indifferenza è già orrore
Paola Bedarida: "I profughi di oggi come gli ebrei perseguitati dai nazisti". Per sfuggire alle persecuzioni la sua famiglia cercò rifugio in Svizzera. "Avevo 6 anni e fui costretta ad attraversare le Alpi a piedi"
Ha attraversato le Alpi a piedi per sfuggire alle persecuzioni razziali. Era il 1943 e Paola Jarach Bederida, molto nota a Livorno per essere stata vicesindaco, presidente e vice presidente della Comunità ebraica oltreché insegnante nelle scuole superiori, se lo ricorda bene quel viaggio sulle montagne da Courmayeur a Martigny. Aveva sei anni, i genitori e i nonni portarono lei e la sorellina più piccola via da Torino per trovare rifugio in Svizzera.
«Arrivammo fino a Courmayer in bicicletta - racconta -, poi nella notte proseguimmo a piedi sui monti, aiutati da una guida. A un certo punto ci separammo: noi da una parte, dall'altra gli uomini che incontrarono anche una pattuglia di tedeschi, ma riuscirono a nascondersi e a salvarsi. Ci ritrovammo a Martigny, dove siamo rimasti fino al 1945». Da quel momento ripartì la loro vita. La signora Jarach terminò gli studi superiori a Torino, poi, nel 1958 si trasferì a Livorno dopo il matrimonio con l'ingegner Roberto Bedarida, imprenditore e docente scomparso nel 2008.
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L'odissea vissuta da molti altri ebrei in quel terribile 1943 è drammaticamente simile a quelle dei profughi di oggi. I ghetti ci sono ancora?
«Sì. Basta guardare la storia e quello che succede in Siria e nei Paesi vicini. Ci si rende conto che purtroppo non è cambiato niente, che l'uomo non ha imparato nulla».
Perché?
«Riprendo quanto ha recentemente detto Gad Lerner, con cui mi trovo perfettamente d'accordo: "Davanti ai profughi l'Europa si richiude nell'egoismo e nell'indifferenza, proprio come avveniva con gli ebrei negli anni che precedettero la Shoah". Aggiungo che quello che più mi colpisce è l'indifferenza, come se certe cose non toccassero o non avessero toccato l'umanità».
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Mai dimenticare, quindi, cosa è stata la Shoah.
«Mai. Con la Shoah è stata sterminata una popolazione. Di questo non ci si può mai dimenticare: l'uomo deve tenere traccia di quello che è successo, deve sapere cosa e come è avvenuto. Perché - non è mai inutile ribadirlo - quello che è successo non si ripeta mai più. La conoscenza è l'unico modo per progettare un futuro».
Le iniziative della Giornata della memoria servono a far conoscere?
«Sì. La Regione le sta organizzando molto bene. I viaggi degli studenti ad Auschwitz sono importanti perché è un'esperienza davvero toccante, una realtà che non riesci a immaginare e attraverso la quale si arriva a una conoscenza diretta. Ma non tutti i ragazzi vi prendono parte, quindi serve qualcosa di più e che duri per tutto l'anno, non soltanto nei giorni della memoria».
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Cosa?
«E' fondamentale che gli studenti siano coinvolti in prima persona, non solo ascoltatori passivi di racconti, storie o date. Con l'ascolto non si cattura la loro attenzione, che va in tutt'altre direzioni. Il più delle volte, purtroppo, si annoiano. Ci sono tanti insegnanti volenterosi, a dire il vero poco aiutati dai programmi ministeriali, che riescono a coinvolgere maggiormente i ragazzi durante tutto l'anno. Si tratta di azioni personali, dovute essenzialmente alla sensibilità dei singoli docenti».
Lei a scuola faceva così?
«Cercavo di farlo, pur insegnando materie scientifiche e non storia. L'inizio dell'anno scolastico coincideva con il Capodanno ebraico e un'altra festività, così spiegavo ai ragazzi i motivi per cui ero assente. E così per altre ricorrenze nel corso dell'anno. Era un modo per far conoscere a loro che esistevano culture diverse».
Livorno è una città tollerante?
«La tolleranza è nel suo dna, anche se nella storia degli ebrei a Livorno non sono mancate le intolleranze, come quando si dovevano celebrare i funerali di nascosto durante la notte. Ma se facciamo il confronto con altre città, sicuramente è una storia molto positiva, dove c'è stato un dare e un ricevere da entrambe le parti».
La situazione attuale?
«Oggi Livorno non è più una delle città ebraiche più numerose. Tanti si sono trasferiti, i giovani se ne vanno perché non c'è lavoro e tornano solo quando sono disoccupati. La nostra comunità, quindi, è costituita essenzialmente da persone anziane: un po' come succede in tutta la società».
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