Il Tirreno

Toscana

"Con prove schiaccianti è giusto cacciarli subito"

Ilaria Bonuccelli
Il professor Pasqualino Albi
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Il professor Pasqualino Albi

Assenteismo: intervista al professore Albi, esperto di diritto del lavoro, che spiega cosa ha salvato finora i dipendenti fannulloni. "Per arrivare a una sentenza definitiva servivano anche 5-6 anni"

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«Il problema non è licenziare gli assenteisti. È licenziarli in tempi brevi». In Italia, la normativa per licenziare i “furbetti del cartellino” esiste da anni. E neppure pochi, assicura Pasqualino Albi, professore associato di diritto del lavoro nel dipartimento di giurisprudenza dell’università di Pisa, autore di numerose pubblicazioni in area giuslavoristica. L’intervento del governo, per sanzionare entro 48 ore fannulloni e lavativi, quindi - specifica il professore - è utile «dove riesca ad abbreviare i tempi dei procedimenti», in casi di assenteismo grave e conclamato. E senza intaccare il diritto del lavoratore alla difesa.

Professor Albi, iniziano dalla questione più dibattuta: esiste già o no una normativa che consente di licenziare gli assenteisti?
«Esiste una normativa che ha lo scopo di consentire al datore di lavoro, sia pubblico che privato, di licenziare il dipendente in caso di gravi inadempienze o di comportamenti che comportino la lesione del vincolo fiduciario».

Quale normativa ?
«Il decreto legislativo 165 del 2001 (con successive modifiche, fino al 2009) norma il licenziamento disciplinare. Quando siamo di fronte a una falsa attestazione della presenza in servizio, l’articolo 55 quater prevede il licenziamento per giusta causa. L’articolo parla di falsa attestazione (della presenza) mediante sistemi di rilevazione della presenza. È l’articolo al quale fare riferimento se un dipendente timbra il cartellino e poi abbandona il posto di lavoro o fa timbrare il cartellino da un collega».

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In questo caso, però, il comportamento non è sanzionabile solo da un punto di vista disciplinare. Siamo di fronte anche a un reato.
«Se timbro e non sono in ufficio o se faccio timbrare il mio cartellino da altri, i reati sono gravi: truffa ai danni della pubblica amministrazione, dichiarazione di falso in atto pubblico. Se, poi, ci sono persone che si mettono d’accordo per timbrare, si può prospettare il reato in concorso e perfino l’associazione a delinquere».

Ma si può essere licenziati da un’amministrazione anche senza commettere reati?
«Si può essere licenziati anche per inadempimenti contrattuali. Il reato costituisce un’aggravante, un disvalore sociale. E in un procedimento, il profilo penalistico deve sempre essere tenuto separato da quello giuslavoristico».

Quali sono i motivi non di rilevanza penale per i quali un dipendente pubblico può essere licenziato?
«Una grave negligenza, un diverbio fra colleghi, la scelta di non eseguire una direttiva».

Detta così, sembrerebbe facile licenziare. Invece ...
«Non è così semplice perché al datore di lavoro, anche quando è una pubblica amministrazione, compete l’onere della prova. Deve dimostrare, con prove incontrovertibili, che il dipendente è responsabile di ciò che gli si imputa».

È per questo che in Italia non si riesce a licenziare nessuno?
«Non direi che non si licenzia nessuno. Direi che i tempi di licenziamento sono lunghi, perché lungi sono i tempi della giustizia. Ma ci sono procedure da rispettare».

Quali?
«Il licenziamento arriva al termine di un procedimento disciplinare nel quale il datore di lavoro, pubblico o privato, deve garantire al lavoratore il diritto di difesa».

Come?
«Al lavoratore deve essere notificata una contestazione di addebito; quindi il datore deve al lavoratore la possibilità di difendersi. Poi si decide la sanzione».

Ma ci saranno tempi stabiliti per legge, per non rendere infinito il procedimento.
«Certo e sono fissati (anche per la difesa) sempre dal decreto 165/2001. Per la contestazione scattano al momento della “conoscibilità” del fatto da parte dell’amministrazione».

Cosa significa?
«Può accadere che l’amministrazione non venga subito a conoscenza del comportamento illegittimo: ad esempio per la falsificazione di dati contabili, perché le verifiche non sono quotidiane. In caso di assenteismo, è più difficile da dimostrare che un ente non si accorga subito del fenomeno. E se non se ne accorge deve motivare le ragioni».

Perché?
«Perché la tempestiva contestazione dell’addebito è fondamentale in un procedimento. Appena venuta a conoscenza del comportamento da censurare, l’amministrazione deve contestarlo. Altrimenti il giudice può accogliere il ricorso del lavoratore contro il licenziamento per tardiva contestazione. Inoltre, in caso di azione non immediata, l’amministrazione dovrà anche spiegare se non ha agito perché non sapeva o per quali altre ragioni».

Ma quanto può durare un procedimento?
«Un procedimento disciplinare fino a 120 giorni. Ma se ci sono prove evidenti del comportamento illecito deve durare meno. Il giudizio, una volta che il lavoratore è stato licenziato, in primo grado, dura in media da un anno e mezzo a due. Per arrivare a una sentenza in Cassazione, di anni ce ne vogliono anche 5 o 6».

Non le sembrano troppi?
«Infatti il problema in questi procedimenti è proprio quello dei tempi. Credo che a spingere il governo a intervenire sia stata la necessità di accelerare ma si deve semplificare la procedura solo quando le prove a carico del lavoratore siano incontestabili».

A volte ci sono i video che inchiodano i furbetti del cartellino. Anche se qualcuno li ritiene incompatibili con lo Statuto dei Lavoratori.
«Non lo sono. Già il vecchio testo prevedeva la possibilità di “controlli difensivi” per il datore: la possibilità di controllare il comportamento del dipendente, non come esegue la mansione. Il datore ha diritto di verificare se una cassiera si intasca i soldi, se un dipendente timbra o se usa il computer d’ufficio per andare su siti pedopornografici. Un manovale è stato licenziato perché in orario di lavoro chattava su Facebook con una donna. Il profilo, falso, era stato creato dal datore per controllare se l’uomo svolgesse il suo lavoro. Il tribunale gli ha dato ragione: per chattare, l’operaio ha fatto bloccare un macchinario».
 

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