Il presidio
Fusioni di Comuni, accelerazione pensando alla cassa
Il Pd si mobilita per ridurre a 150 gli enti toscani così da sbloccare il patto di stabilità e fare investimenti. L'obiettivo è creare aggregazioni da almeno 20.000 abitanti. "Si libereranno centinaia di milioni"
Non ci gira molto intorno il Pd di Renzi. Bisogna accelerare la fusione dei Comuni. Non è una questione di ideologia. È questione di conti. Lo Stato non ha più soldi da dare agli enti locali. E gli enti locali hanno la spesa paralizzata. Non perché le casse siano vuote, non in Toscana per lo meno (salvo eccezioni rare). È che i Comuni non possono toccare i milioni accantonati: colpa del patto di stabilità, regola di austerità finanziaria imposta dall’Europa. L’unico modo per mettere le mani sul tesoretto, dunque, resta l’accorpamento.
TESORETTO MILIONARIO
A Firenze, per il sindaco Dario Nardella, la fusione con Bagno a Ripoli o Sesto Fiorentino sbloccherebbe 120 milioni da investire in opere pubbliche. A Prato, un’operazione analoga libererebbe 8 milioni l’anno, assicura il sindaco Matteo Biffoni che è anche presidente di Anci Toscana. Non per nulla l’Associazione dei Comuni si è già messa a fare i conti. Vuole portare una cifra precisa a dicembre, al convegno che il Pd prepara su fusione di Comuni e Regioni per rispondere alla crisi di liquidità della pubblica amministrazione. A spanne, comunque, si parla di «centinaia di milioni». Quattrini sonanti, non chiacchiere.
MENO COMUNI, PIÙ CRESCITA
Anche per questo Dario Parrini, segretario del Pd in Toscana, prova a percorrere questa strada da quando è stato eletto nel 2014. Ma mai come ora è stato così esplicito: «Abbiamo bisogno di più investimenti e meno tasse per far ripartire la crescita e l’occupazione. Non potendo aumentare l’indebitamento, è necessario razionalizzare la spesa pubblica, senza toccare i servizi. Un Paese articolato in 20 Regioni, di cui 5 a statuto speciale, e in 8100 Comuni non può riorganizzare la spesa pubblica come sarebbe necessario per le politiche di crescita». A meno di non tagliare gli enti. Magari facendo della Toscana un laboratorio italiano, osservano Biffoni e Antonio Mazzeo, vicesegretario toscano del Pd. Del resto, la Toscana ha già una legge sulle fusioni dei Comuni. Dal 2011 è già stata sfruttata 16 volte: dai 16 referendum consultivi sono nati 8 Comuni e proprio oggi in consiglio regionale si discute la fusione di altri comuni nel Pistoiese: Piteglio, San Marcello, Abetone e Cutigliano (per i quali si vota fine novembre). Non da tutti i referendum sono nati Comuni, «ma di solito - osserva Parrini - sono falliti quelli che non hanno trovato tutti i sindaci d’accordo». Come a Suvereto e Campiglia Marittima. O all’Elba, dove è fallito il progetto del Comune unico. Ma qui - evidenzia Biffoni - non è sbagliato pensare a ridurre da 8 a 2 i Comuni. Almeno nel primo giro di fusioni. Poi ce ne sarà un altro. Il risparmio, infatti, non è solo logistico (meno sedi) è anche di economie di scala «a patto che le dimensioni siano bene calcolate: troppo piccolo è sbagliato, ma anche troppo grande».
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I NUOVI COMUNI
Il ragionamento è solo all’inizio. E se in alcune aree è più facile individuare i nuovi confini amministrativi e geografici, in altre lo è meno. Anche per questioni di conformazione territoriale. In Valdinievole, per Parrini, si individua bene un Comune unico da Buggiano a Pieve a Nievole; né è difficile distinguere i confini fra Empoli, Montelupo, Limite e Capraia».
MINIMO 20.000 ABITANTI
Uno studio aggiornato sulle nuova possibili municipalità non esiste. Irpet ne ha prodotto uno nel 2013: divide la Toscana in 50 Comuni, un po’ pochi, rispetto agli attuali 280. Comunque gli esperti dell’istituto al convegno del Pd approfondiranno l’argomento, spiegando anche perché potrebbe essere giusto avere nuovi Comuni da almeno 20.000 abitanti. «Questa affermazione - precisa Parrini - deve essere qualificata, tenendo conto di aree rurali e montane dove superfici molto ampie non corrispondono a zone molto popolate». La definizione si attaglia meglio ad aree urbanizzate che si prestano in modo spontaneo alla fusione: Pisa, Vecchiano, San Giuliano Cascina; Siena, Sociville, Monteriggioni; Prato, Montemurlo. Agliana. Certo, poi ci sono anche zone come la Versilia dove potrebbe essere complicato far sparire comuni come Forte dei Marmi solo perché hanno 5mila abitanti. «Per capire se il Comune unico della Versilia ha un senso - dice Parrini - bisognerebbe tentare la prova del marziano: chiedere a persona che mai c’è stata se trova la soluzione sensata. Ma se questa, come altre ipotesi, venisse considerate drastica, potrebbe essere ridiscussa. Io sono un riformista: non dico che o si fa il Comune unico della Versilia o nulla. Le fusioni hanno possibilità di successo solo se la discussione non è settaria».
NIENTE SCELTE DALL’ALTO
L’importante - sottolinea Parrini - è affrontare la questione con due accortezze: coinvolgere nel dibattito i cittadini, senza calare le scelte dall’alto. «Le decisioni devono maturare nella coscienza delle persone»; non far vivere la fusione come «un impoverimento della rappresentanza democratica, un allontanamento delle istituzioni. Il municipio può diventare unico, ma il Comune deve rimanere vicino ai cittadini». A Prato, ad esempio, ci sono sportelli e servizi nelle sedi delle ex circoscrizioni. E a Pisa - illustra Mazzeo - il consiglio comunale ha eletto «consigli di partecipazione, organi di rappresentanza di secondo grado, gratuiti, oggi modello a livello nazionale». Quello che vuole diventare la Toscana con la fusione «anche grazie ad agevolazioni e incentivi contenuti già nella legge regionale per i Comuni che si uniscono: l’uscita dal patto di stabilità e sblocco delle risorse per 5 anni. Ma ci sono pure contributi (minimo 250mila euro l’anno) e accesso agevolato a bandi». Per fondi europei e per estinguere i mutui in anticipo.
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