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Salviamo i platani, monumenti-verdi delle nostre città
Panorami urbani a rischio. Le piante sono aggredite dal cancro colorato, in un anno ne sono state abbattute oltre 500. Al momento sono indenni solo tre province: Arezzo, Siena e Grosseto
Trasparenti le foglie, macchiati i tronchi. Chiazze rosse all’esterno, marroni dentro. Segno che la linfa non c’è più. Il tessuto è necrotizzato. Morto. Si può solo tagliare. Più di 530 platani abbattuti in un anno in Toscana nel 2014, su quasi 3800 monitorati dal piano di contrasto a cancro colorato del platano. Uno ogni sette. Mica pochi, se si pensa che non sono solo alberi.
MONUMENTI MINACCIATI
Guai a pensarli solo come piante si ribadisce anche nel piano 2015 che aggiorna la mappatura delle zone infestate e di quelle che funzionano da cuscinetto per evitare il diffondersi della “peste colorata”. Sono parte integrante di monumenti architettonici conosciuti in tutto il mondo: le Mura di Lucca, ad esempio. E, infatti, appena il fungo parassita ha attaccato i platani sulla Cinta cinquecentesca la città è corsa al riparo e, con i finanziamenti della Fondazione Crl, ha iniziano una monumentale opera di risanamento tagliando e rimpiazzando. Del resto, questi alberi sono anche storia. Testimonianza culturale, del Novecento illustre in Toscana.
IL PLATANO DI MONTALE
Lo racconta Mario Scaffidi Abbate nel suo “I caffè storici d’Italia”: «...quel platano della piazza di Forte dei Marmi dove siedono in cerchio Angioletti, Soffici, Carrà, Longhi, De Robertis, Anna Banti, Montale, Luzi, Bigongiari, Macrì e i loro amici, ciascuno sempre a un suo posto. Tanto che una volta uno di essi ricevette una cartolina con il seguente indirizzo: Forte dei Marmi, quarto platano, ramo secondo, prima biforcazione a destra». Davvero, il Quarto Platano, oggi Caffè Roma, dove Montale - bagnante estivo della pensione Alpemare - si faceva chiamare “Eusebio” dalla sua “Mosca” (la moglie) e dagli amici pittori, poeti, letterati, autorizzati alla storpiatura affettuosa e aneddotica del nome. Ma sempre e sotto quel platano che, probabilmente è stato fra i primi a vedere arrivare il cancro colorato in Toscana.
LA PRIMA VOLTA AL FORTE
Proprio così. Il cancro colorato del platano, un fungo che ostruisce i vasi linfatici della pianta- spiega il servizio fitosanitario della Regione - si manifesta, o meglio si identifica, per la prima volta in Campania. Poi in Versilia. «In Italia, con quasi certezza, lo portano gli americani con la seconda guerra mondiale. Il fungo parassitario sbarca con le casse di legno delle munizioni». Arriva dal New Jersey e con grande probabilità la sua prima tappa è alla Reggia di Caserta, dove durante la seconda guerra mondiale le truppe alleate fissano il quartier generale. La malattia, evidente nella trasparenza del fogliame e poi nell’assenza di chioma (allo stato terminale), si presenta negli anni Cinquanta, ma non viene effettuata alcuna segnalazione ufficiale. Poi, una ventina di anni dopo, si manifesta in Toscana. Nel 1972 «a Forte dei Marmi, dove viene individuata grazie alla presenza di una scuola scientifica a Firenze, concentrata sulla diagnosi delle malattie delle piante». Sono gli anni in cui - ammettono i tecnici del servizio fitosanitario - in cui si inizia ad affrontare il problema, ma in modo sporadico. Fra gli anni Settanta e gli Ottanta ci si inizia a interrogare sugli alberi malati, ma «il primo vero intervento scientifico risale addirittura del 1987». Ci vorranno, però, ancora 25 anni per avere una legislatura stringente che obblighi le Regioni - dal 2012 - a monitoraggio e a piani di contrasto del cancro colorato.
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SI SALVANO GROSSETO E SIENA
Nel frattempo, anche in Toscana la malattia si diffonde, malgrado l’attenzione. A Viareggio, ad esempio, all’inizio degli anni Novanta vengono abbattuti tutti i platani in piazza Garibaldi, attorno al monumento ai Caduti di Lorenzo Viani e Rambelli, uno dei più importanti monumenti funebri del Novencento. E oggi restano «solo solo tre le province che non sono interessate dal problema: Arezzo, Siena e Grosseto. In realtà - precisano i tecnici regionali - a Grosseto negli anni passati si è riscontrata la malattia, ma grazie ai provvedimenti adottati con la lotta obbligatoria (attraverso i piani degli anni precedenti), la zona è tornata “indenne”. Per decretare che la malattia è stata debellata, è necessario effettuare una serie di sopralluoghi: se per cinque anni nelle zone “focolaio” non si riscontra la presenza del fungo, allora l’area si può considerare guarita».
Questo è quanto è accaduto a Grosseto, ma restano zone a elevato rischio. Dal punto di vista della malattia conclamata, le province, con la maggiore concentrazione di platani malati restano Pisa e Firenze. Con i relativi capoluoghi. «I problemi più frequenti - ammettono i tecnici della Regione, che hanno redatto anche il piano di azione 2015 - sono proprio le grandi città. E non è un caso. Dipende dai modi di diffusione della malattia». Fra questi ci sono le «errate pratiche colturali». In particolare - spiega la Regione - «le potature drastiche per limitare in altezza e volume la crescita delle piante, per esigenze di viabilità». E questo è quanto accade spesso nelle città, lungo i viali e strade alberate. Analogo problema si ha con «la messa a dimora di piante troppo vicine: anche questo accade spesso nelle città. Se c’è una pianta malata, l’eccessiva vicinanza con altri platani favorisce la diffusione della malattia attraverso l’apparato radicale o contatti vari». Lo stesso accade in caso di «capitozzature selvagge», quando le piante vengono decapitate e lasciate esposte a ll’assorbimento di funghi, senza alcuna difesa. «Molti problemi sono causati anche dalla rescissione radicali in occasione di scavi male effettuati per posizionamento tubi del gas, condutture dell’acqua, cavi del telefono e così via». Da non dimenticare, infine le «ferite inflitte al tronco e alla corteccia sia in caso di incidenti stradali o, in modo volontario, ad esempio quando si piantano nella corteccia chiodi, cartelli, luci in modo improprio».
Poi, senza accorgersene, si può favorire la diffisuone della malattia quando le potature vengono effettuate «in maniera impropria: ad esempio si tagliano i rami di un platano infetto e poi senza sterilizzare gli strumenti si passa a potare un albero sano. Il contagio - dicono i tecnici regionali - in quel caso è assicurato». Lo stesso è assicurato il contagio se, dove si è tolto un platano malato si va a ripiantare un platano sano «o anche un “clone resistente” (piante particolarmente refrattarie al cancro del platano create in laboratorio in Francia) senza aver prima bonificato il terreno».
Per questo assume particolare importanza la mappatura della Toscana che ogni anno viene aggiornata con il piano per la lotta obbligatoria al cancro del platano dal servizio fitosanitario regionale. In raltà, la mappatura viene aggiornata in modo costante attraverso le segnalazioni dei privati e degli enti locali responsabili delle piante che con il servizio, di volta in volta devono concordare gli interventi appropriati per il platano aggredito dalla malattia: si può andare dalla potatura (più o meno radicale) all’abbattimento.
In base all’ultimo piano, le zone con maggiori problemi risultano: la provincia di Firenze con il capoluogo e Campi Bisenzio; Pisa, con il capoluogo e i Comuni di Calcinaia, Cascina e San Giuliano; la provincia di Livorno con il capoluogo e Rosignano Marittimo; la provincia di Lucca con il capoluogo (per le Mura, soprattutto) Barga, Forte dei Marmi, Gallicano,, Massarosa eViareggio e la città di Carrara. Qui il cancro del platano non solo è concalamato, ma in questo momento non si può «eradicare». Quindi ci sono solo da prendere provvedimenti per evitare che si diffonda. Lasciando al passato i ricordi delle discussioni di Pea e gli altri al riparo del Quarto platano. Prima biforcazione a destra.
LE ZONE D'INTERVENTO
Il piano regionale punta alla protezione di platano delle specie: Platanus acerifolia, Platanus occidentalis, Platanus orientalis e loro incroci.
Il territorio è suddiviso in 4 aree:
a) zona indenne”: dove non è stato riscontrato il cancro colorato del platano o dove è stato eradicato ufficialmente;
b) zona focolaio: dove è stata accertata la
presenza del cancro colorato del
platano e corrisponde a un’area di raggio non inferiore a 300 metri dalla pianta infetta;
c) zona di contenimento: dove il cancro colorato è in grado di perpetuarsi nel
tempo e la sua diffusione è tale da rendere non più possibile l’eradicazione
nell’immediato;
d) zona tampone: zona di almeno 1 km di larghezza di separazione fra una zona indenne una zona focolaio o fra una zona indenne ed una zona di contenimento.
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