Il presidio
Pensioni, la grande fuga dal lavoro
Paura della stretta e fine dell'effetto Fornero: un terzo di uscite in più nei primi sei mesi del 2015. Il governo pensa alla riforma della previdenza e si teme una cura da cavallo. I patronati: c'è un clima da "si salvi chi può"
La grande paura. Tanta, anzi tantissima: quella di assistere ad un altro pianto pubblico in stile ex ministro Elsa Fornero come preludio di un ulteriore, brusco allontamento della sospirata pensione. E il risultato è una vera e propria esplosione di richieste di ritiro anticipato dal lavoro che, per alcuni settori, sono addirittura triplicate. I dati emergono dal consueto monitoraggio che effettua l’Inps e che, nello specifico, fa emergere che le pensioni di anzianità dei dipendenti sono aumentate del 34 per cento nei primi sei mesi del 2015, mentre tra gli autonomi la percentuale è passata dal 17 al 25.
Un quadro in cui spiccano al primo posto gli artigiani che hanno visto triplicare le uscite rispetto allo stesso periodo del 2014 ed i commercianti che in pratica sono raddoppiati. Ma se tra le righe del report pubblicato dall’Istituto nazionale della previdenza sociale si precisa che questa tendenza è da collegare agli effetti introdotti dal decreto legge 201 del 6 dicembre 2011, bisogna prendere in considerazione anche altri timori di strette, visto quello che ha annunciato il premier Matteo Renzi sulla riforma dell’intero sistema previdenziale che sta prendendo corpo e i dubbi sulla proroga della cosiddetta “opzione donna”, cioè la possibilità di lasciare il lavoro secondo le vecchie regole, ma con una forte penalizzazione, in vigore per adesso solo fino alla fine del 2015. Da aggiungere inoltre che anche alcune casse private,tra cui quella dei giornalisti (Inpgi) la loro cura da cavallo l’hanno già varata con un forte innalzamento dell’età per l’uscita.
Dopo le lacrime. Quindi la Fornero aveva le sue buone ragioni per piangere, ma è ovvio, come spiegano gli esperti, che alla fine di questa sorta di moratoria la grande fuga diventasse una realtà piuttosto concreta, con la Toscana che, anche se mancano dati ufficiali, esprime in certi territori una situazione superiore alla media nazionale. «Quelli che avevano i requisiti per andare in pensione alla fine del 2011, cioè pochi giorni dopo la firma del decreto legge da parte del ministro Fornero, si sono infatti visti negare questa possibilità - spiega Sandro Renzoni, responsabile toscano del patronato Inca Cgil -, mentre adesso è ripreso il normale ciclo delle uscite. In questo quadro, non tutto comunque dipende dallo stop deciso durante il governo Monti perché ci sono anche altri fattori. A cominciare dall’incremento della speranza di vita che dal primo gennaio 2016 crescerà di altri quattro mesi».
Il traguardo torna visibile. Insomma, riepilogando, fino all’epoca dello stop il diritto alla pensione si maturava o con il sistema delle quote o, molto più frequentemente, con i 40 anni di contribuzione. Dopo quella riforma, invece, i criteri si sono fatti più stringenti soprattutto per l’introduzione del requisito minimo dei 60 anni per i dipendenti e dei 61 per gli autonomi. Come si diceva, molte persone che vedevano vicino il traguardo non sono riuscite ad agganciare i requisiti del 2011 ed hanno iniziato soltanto adesso a raggiungere i 42 anni e 6 mesi di anzianità (41 e 6 per le donne) richiesti dal trattamento anticipato.
«Non abbiamo ancora dati ufficiali - prosegue Renzoni -, ma l’incremento c’è stato e appare piuttosto consistente, in particolare se confrontiamo il dato del 2015 rispetto a quello dell’anno scorso, anche perché non sfugge agli interessati che in questo modo, in un futuro neanche troppo lontano, ci stiamo avviando ad un’età minima per lasciare il lavoro che toccherà presto i 67 anni. Ecco perché stiamo lavorando ad una proposta organica che mitighi questo tipo di effetti della Fornero, anche e soprattutto per allentare la pressione sull’intero sistema previdenziale».
A macchia di leopardo. Se il trend generale è quello dell’aumento delle uscite, siamo comunque andati a vedere che cosa sta accadendo in alcune zone chiave della Toscana attraverso i vari patronati sindacali che poi sono coloro che hanno il polso più diretto della situazione.
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Roberto Fioravanti, direttore dell’Inca Cgil della provincia di Massa Carrara parla ad esempio di una crescita delle domande di anzianità, nell’ambito della sua struttura, di ben il 70 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre la collega di Prato, Stefania Di Domenico, sottolinea soprattutto in questo contesto l’incidenza dell’opzione donna. «Si tratta di una richiesta veramente forte - spiega quest’ultima - è partita in via sperimentale e, come si sa, potrebbe scadere del tutto il prossimo 31 dicembre, salvo naturalmente proroghe. I vantaggi ci sono e cioè la possibilità di lasciare il lavoro a 57 anni e 3 mesi per le dipendenti e 58 e 3 mesi per le autonome, il tutto però con il calcolo contributivo che è generalmente penalizzante, anche se qui sono capitati un paio di casi in cui si è rilevato migliore del retributivo. Comunque, vorrei segnalare che ci sono donne che a Prato hanno deciso comunque di andare in pensione anche con rimesse consistenti, dell’ordine di 500 euro al mese».
Ma lo spauracchio più grosso, aggiunge da Pistoia il direttore dell’Inca Simonetta Bartoletti, è quello di una pensione di vecchiaia che, salvo modifiche della riforma Fornero, nel 2018 potrebbe arrivare non prima dei 67 anni e, in seguito, addirittura ai 70. «Una riforma distruttiva - commenta Bartoletti - perché ha allontanato dalla pensione persone che nel frattempo hanno anche perso il lavoro ed esaurito ogni forma di ammortizzatori sociali, restando quindi senza alcun introito».
La stretta sui professionisti. A complicare la situazione, nel senso di accelerazione verso le uscite, ci si mettono anche le casse previdenziali private che hanno fatto una serie di test resi obbligatori proprio dalla riforma Fornero. Per ragionieri, ingegneri, architetti, avvocati, notai, commercialisti, consulenti del lavoro giornalisti, farmacisti, geometri, medici e veterinari la situazione si potrebbe riassumere in: pensioni sicure, ma ottenibili in tempi molto più lunghi.
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