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L’Ue ci spaventa col pecorino derivato dal latte in polvere
I produttori temono l’arrivo dei grandi gruppi internazionali «Creeranno una sede da noi e faranno acquisti all’estero»
Potremmo dire che ci mancava proprio: il formaggio fatto senza latte, o meglio con quello in polvere, più facilmente trasformabile, più lungo come scadenza e soprattutto molto meno costoso. E poco importa se viene dall’Est europeo, dalla Germania o dalla Scandinavia: l’importante, guardando alla Toscana, è che venga usato da aziende create ad hoc nel territorio regionale, magari richiamando poi nel nome località non protette dalla Dop, Pienza o l’Amiata ad esempio, in sostanza usando il tipico “italian sounding” per conquistare i mercati esteri. Insomma, dopo la cioccolata con olio di palma, il grasso di shorea o la noce di mango al posto del burro di cacao, il vino fatto con il lampone o il ribes ma senza la minima traccia d’uva, ecco l’ultima novita imposta dall’Unione Europea appunto del “formaggio non formaggio”, un intruglio che perde il sapore tipico, offende la storia di un paese e, soprattutto, inganna i consumatori che si trovano in tavola un prodotto dalla vita misteriosa. Una strana situazione che toglie il sonno ai produttori toscani (1.500 circa, di cui poco meno di 900 legati al Consorzio del Pecorino Dop, con la produzione quasi totalmente basata sugli ovini), che rischiano di trovarsi a combattere con multinazionali che hanno fatto enormi campagne di shopping dei nostri “brand” più conosciuti.
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Bruxelles a due facce. Se quindi da parte dell’Ue si tutelano in qualche modo le produzioni piccole e di nicchia, dall’altra si aiuta così la grande industria ed in particolare quella alimentare. Riepilogando, alcuni giorni fa la Comissione Europea ha appunto ribadito all’Italia la richiesta di consentire la produzione di formaggi senza latte fresco. Un’imposizione che riguarda la legge nazionale 138 dell’11 aprile 1974 e che vieta l’uso di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per produrre yogurt, caciotte e mozzarelle: per Bruxelles rappresenta infatti una restrizione alla libera circolazione delle merci. «Noi stiamo conducendo da anni una battaglia per garantire anche agli occhi del consumatore che i formaggi si fanno esclusivamente con il latte - commenta Tulio Marcelli, presidente toscano di Coldiretti - ed è ovvio che adesso stiamo difendendo questo principio. Se la Commissione Europea andrà avanti, per gli allevatori si profila una situazione drammatica: a fronte di tanti investimenti, ci troveremo infatti alla chiusura di caseifici e di stalle. E poi la Toscana rischia di diventare una “piattaforma” di aziende che arrivano e si vanno a comprare il latte in polvere dove costa meno».
La rabbia degli allevatori. Se l’assessore designato all’Agricoltura Marco Remaschi pensa che il settore non dovrebbe subire troppi risvolti negativi in seguito all’iniziativa europea, le reazioni di chi ci lavora sono sostanzialmente in chiaroscuro. «Il mio commento non può che essere negativo - spiega da New York, dove si trova per una fiera dell’agricoltura, Carlo Santarelli, direttore della cooperativa sociale di Manciano e presidente del Consorzio Pecorino Toscano Dop -. Si tratta di una proposta che non possiamo accettare. Quello che va aggiunto, comunque, è che tutto il mondo della Dop, cioè della Denominazione d’origine protetta, che assorbe il 25 per cento del latte toscano, non viene toccato perché il disciplinare prevede esclusivamente l’uso di produzioni locali. Il pericolo rimane per tutti coloro che non hanno invece questo ombrello protetivo». Preoccupato anche Stefano Busti, titolare dell’omonimo caseificio di Acciaiolo, frazione di Fauglia, in provincia di Pisa: «La volontà è quella di standardizzare e globalizzare - aggiunge - rendendo così possibili gli acquisti della materia prima dove si vuole, ma attaccando il nostro patrimonio gastroalimentare che è unico al mondo».
La parola al consumatore. Simone Sargentoni, alla guida con la moglie Angela del pluripremiato caseificio Il Fiorino di Roccalbegna, è più fiducioso e sottolinea come i consumatori siamo sempre più attenti alla qualità, aspetto dimostrato dalla crescita della sua produzione, nel primo semestre del 2015, oscilla intorno al 20-21 per cento. «I prodotti curati non devono temere la concorrenza - conclude Simone - alla fine è apppunto il consumatore che decide». Da registrare infine il commento ddel ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina che ha ribadito l’intenzione di «difendere fino in fondo la qualità del sistema lattiero caseario italiano e la trasparenza delle informazioni da dare ai consumatori».
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