Il Tirreno

Toscana

La caccia in malattia e i ticket non versati: è la terra dei furbetti

di Ilaria Bonuccelli

La Toscana degli imbrogli vista attraverso le condanne della Corte dei conti per danno erariale. Si nascondono dappertutto: negli enti locali, nelle scuole e negli ospedali. Dalla prof che fa la guida turistica al pizzo sui permessi di guida

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Si nascondono dappertutto. A scuola, nei Comuni, negli ospedali e perfino fra i poliziotti. Qualche volta capita che sbaglino in buona fede. Ma è raro. I furbetti, sono organizzati. Fanno gli splendidi con i soldi altrui, meglio se pubblici o destinati alle casse pubbliche. Ecco perché dall’inizio dell’anno, la Corte dei Conti in Toscana ha condannato per danno erariale diverse persone. Una professoressa lucchese con la tendenza a improvvisarsi guida turistica durante i giorni di permesso retribuito; un sovrintendente di polizia in servizio all’aeroporto di Pisa con la passione della caccia al cinghiale durante i periodi di malattia. Perfino la tabaccaia di Monsummano Terme che si intascava i ticket sanitari.

Piccoli risarcimenti, brutti episodi. A guardare le cifre, potrebbero sembrare episodi da poco: in base alle sentenze di primo grado le amministrazioni riceveranno poche migliaia di euro per i torti (e i danni subiti). In realtà, grandi o piccoli i risarcimenti tracciano il quadro di una Toscana non estranea agli imbrogli. Anche se di piccolo cabotaggio. Lo specchio dell’Italietta. Di funzionari, burocrati o imprenditori con la stessa filosofia: fai quel che dico, non quel che faccio. Non è retorica, ma fatti. Almeno a giudicare dalle sentenze della Corte dei Conti dei primi tre mesi del 2015. Certo sono decisioni di primo grado, possono sempre essere appellate. Ma alcune arrivano dopo condanne penali e le persone coinvolte nei procedimenti hanno perfino rinunciato a difendersi.

Malati o no? Fra questi non ci sono i malati delle pubbliche amministrazioni. La magistratura contabile ne individua di categorie: quelli che cagionano danni alle casse pubbliche stando a casa più del dovuto, obbligando le amministrazioni a sostituirli (pagando, quindi, due volte per la stessa mansione); quelli che in malattia svolgono altri lavori.

Il poliziotto cacciatore. Fra i primi, rientrerebbe Michele Marradi, sovrintendente della polizia di Stato, all’aeroporto di Pisa, addetto ai servizi di frontiera-vigilanza. Nell’agosto del 2012 alla procura regionale della Corte dei conti un esposto segnala una «presunta condotta illecita del «graduato che aveva effettuato battute di caccia e attività di guardia venatoria ausiliaria in un prolungato periodo di tempo durante il quale era assente per malattia». Scattano, così, gli accertamenti della Forestale e dei Nas di Livorno. Fra il 2011 e il maggio 2012, risultano 308 giorni di congedo per malattia anche a causa di interventi chirurgici a una gamba. Per la magistratura contabile, in 131 giorni si sarebbe assentato «indebitamente dal servizio per 131 giorni», causando al ministero dell’Interno un danno di oltre 12mila euro. Ma in udienza, la posizione si alleggerisce. Se da una parte, la Corte deduce che la partecipazione «a eventi venatori (come il contenimento numerico sulla specie cinghiale) appare in piena contraddizione con la patologia certificata», dall’altra ammette che la necessità alla convalescenza è stato riconosciuto dal Capo medico della Polizia di Stato. Tuttavia «non può il collegio non censurare come gravemente colposo l’incauto comportamento del dipendente che aveva il dovere di agevolare la guarigione o comunque di non realizzare condotte che la rallentassero». Considerato, però, che non è «dimostrabile con adeguata certezza che tutti i giorni di assenza dal servizio siano conseguenza della condotta incauta, il danno è quantificato in mille euro».

Meglio guida turistica. Poco di più - 1.228,42 euro - dovrà, invece, risarcire alla Pubblica istruzione la professoressa Maria Paola Dominici, lucchese di nascita, ma fiorentina di insegnamento. Secondo gli accertamenti del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza, delle 273 giornate di assenza contestate dal lavoro in origine solo «19 presentano la percezione di illegittima retribuzione». Ma l’insegnante contesta la ricostruzione perché «la prestazione (come guida turistica) era stata svolta in orario di lavoro compatibile con il rapporto di lavoro a favore dell’amministrazione scolastica». In realtà, nella sentenza di primo grado la magistratura contabile insiste che la «prestazione occasionale avveniva in giorni di assenza retribuita dal servizio scolastico nei quali alcuna attività, autorizzata o meno, poteva essere espletata». E l’assoluzione, in sede penale (in primo grado) della prof non condiziona la decisione del giudice contabile rispetto a un eventuale danno erariale. Tanto più che - sottolinea la Corte - nella giornate di assenza dell’insegnante, «l’amministrazione scolastica si è gravata dei costi delle supplenze per l’attività didattica».

Il conto anche al dottore. Nel caso di una collaboratrice scolastica un po’ troppo spesso malata, il conto da 3mila euro è stato spartito fra la paziente e il medico indulgente. La magistratura contabile, infatti, ha ritenuto entrambi responsabili del danno causato all’erario. A stare a casa da scuola troppo spesso - 279 giorni fra il 2009 e il febbraio 2013 - è Gianna Di Vittorio, secondo quanto accertato dai Nas di Firenze. Il medico Marco Poggioni le riconosce una patologia ma “non invalidante” e la commissione medica di verifica di Firenze la riconosce “idonea al servizio d’istituto”. Oltretutto, secondo la cartella sanitaria acquisita dai Nas, la paziente non avrebbe neppure mai effettuato esami specialistici per la patologia lamentata durante i periodi malattia. E alla fine, la Corte dei Conti riconosce entrambi colpevoli di aver causato un danno all’erario: la dipendente per essersi «sottratta agli obblighi di servizio», costringendo la dirigente scolastica alla nomina di una supplente; il medico per «essersi limitato a prendere atto passivamente delle condizioni dell’assistita».

Soldi sui permessi di guida. Costa 4mila euro a un poliziotto, l’abitudine di chiedere soldi non dovuti per le pratiche. In sede penale, il sovrintendente Nicola Ragusa, in servizio alla questura di Prato (ufficio denunce), era già stato condannato per truffa aggravata a due anni e 6 mesi, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per 2 anni e mezzo. Nel 2011, fra giugno e novembre, ha chiesto soldi a cittadini (tutti cinesi, pare) per il rinnovo provvisorio della patente. Somme, ovviamente, non dovute per la pratica. Il poliziotto non si è neppure costituito.

Ticket non versati. Nei guai per essersi trattenuta soldi soldi pubblici anche Elisabetta D’Isanto, titolare di una tabaccheria a Monsummano Terme. In base a una convenzione stipulata a marzo 2009 fra Comune di Prato, Asl di Pistoia, Assotabaccai-Confesercenti Pistoia, la sua tabaccheria poteva riscuotere il ticket sanitario, versandolo ogni settimana all’azienda pubblica. Invece, la tabaccaia ha «illecitamente trattenuto» poco meno di 5.700 euro. E, infatti, nel 2013 è stata condannata per peculato a 1 anno e 6 mesi. Quindi, è stata avviata la procedura per danno erariale per «mancato versamento di quanto introitato». E così alla fine il conto (con gli interessi( è diventato di quasi 6.400 euro.

Troppa acqua e caffè. Alla fine va peggio all’economo della Camera di commercio di Pistoia che deve restituire quasi 19mila euro per acqua, cialde di caffè e giornali, acquistati fra il 2008 e il 2011. Secondo la magistratura contabile, infatti, Francesco Bartolozzi avrebbe comprato quotidiani per troppa gente della Camera di commercio. E non viene neppure accettata la giustificazione per l’acquisto dell’acqua minerale: l’economo avrebbe comprato le bottigliette «a tutela della salute dei dipendenti», in linea con la normativa sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Infatti - ricorda la Corte nella sentenza di primo grado (appellabile) - «negli uffici della Camera di commercio è disponibile acqua potabile erogata dal Comune». A conferma che l’acqua pubblica non solo fa bene, ma in qualche caso fa anche meglio.

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