Italia
La cantante del popolo che raccontava la Toscana
Completato l'inventario del fondo documentale di Caterina Bueno, l'artista e ricercatrice scomparsa nel 2007
Caterina Bueno aveva il passo leggero, “due spalle da uccellino, il vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu”, come cantava Francesco De Gregori, che al suo fianco aveva esordito in veste di chitarrista nel 1971. Caterina aveva una voce scura, da contralto, come le colleghe Dodi Moscati e Rosa Balestrieri, una voce a tratti dolorosa eppure allegra, folta e sciamanica che rimbalzava fra le cose antiche di Toscana. Le foto in bianco e nero, Folk Studio, Case del Popolo, Circoli Arci, pedane improvvisate e Feste dell’Unità, richiamano una stagione della musica italiana in cerca di chiarimenti e radici, echi popolari (non ancora world) che uscivano dalla filologia polverosa dei ricercatori e raggiungevano le piazze, i teatri, per risvegliare, coi ricordi dei vecchi, anche la curiosità dei giovani. Caterina Bueno, è scomparsa nel 2007 che aveva 62 anni. Nel 2006 il Comune di Firenze le aveva conferito il Fiorino d’Oro “per aver saputo rappresentare l’anima più genuina della musica popolare italiana”, come recita la motivazione.
Dagli anni Sessanta Caterina setacciava il terreno, registratore in mano, recuperava un repertorio smembrato, se non perduto, e così creava una nuova sintesi identitaria con la storia collettiva della “sua” terra (lei di origini spagnole, il padre Xavier, lo zio Antonio, entrambi artisti, esponenti di punta della così detta scuola dei “Pittori moderni della realtà”). Caterina apriva brecce, spalancava sentieri altrimenti invisibili, raccoglieva testi, racconti e melodie, ritmi, frasi, leggende, i maggi e le ottave, parole canti ragionamenti, tutto in diretta, contadini, operai, minatori, artigiani, la fatica dei campi, la gente umile che sapeva di festa e dolore, tutto un “materiale resistente” che poi traduceva in spettacoli dal rigore filologico ma dalla grande libertà espressiva. Perché prima che ricercatrice Caterina Bueno era interprete.
La sua inconfondibile vocalità, densa di filastrocche, canti di osteria, stornelli di emigrazione, lamenti carcerari, ninna nanne, canti di lavoro e di protesta (impossibile dimenticare “Maremma amara” e “Nostra patria è il mondo intero” di Piero Gori) restituiva ogni volta geografie, volti e gesti di un paesaggio con figure di appena ieri eppure ormai sfumato, lontano nel tempo. Un impegno militante che produsse esperienze decisive come quella del “Nuovo canzoniere italiano” artefice di spettacoli epici come “Bella ciao” e “Ci ragiono e canto”. Per ricordarne la figura e la centralità nella storia della nostra musica popolare la Regione Toscana ha dato alle stampe l’inventario del fondo documentale che la riguarda e da lei fortemente voluto che ieri è stato presentato dalla consigliera Daniela Lastri, insieme a Maria Isabella Bueno (presidente dell’Associazione culturale Caterina Bueno), Carla Zarrilli (che è la direttrice dell’Archivio di Stato di Firenze), Maurizio Agamennone dell’Università di Firenze, fra immagini video, testimonianze e interventi musicali di Chiara Riondino.
Curato da Pamela Giorgi, Fabiana Spinelli e Serena Masolini, il libro ripercorre e ricostruisce il prezioso archivio sonoro della Bueno, con la registrazione di centinaia di canti popolari toscani, al quale successivamente l’artista affiancò una cospicua raccolta di documenti relativi alla propria attività artistica, lettere, manifesti, locandine, ritagli di giornali. E riporta alla luce anche la vitalità di una Caterina Bueno, non solo “raccattacanzoni” ma anche “talent scout”, come ricordano Riccardo Tesi e Maurizio Geri con cui dette vita alla fortunata esperienza di “Acqua Foco e Vento”: «Dobbiamo a lei il fatto di essere diventati musicisti di professione». Il patrimonio delle sue ricerche sul campo, la musica come telaio e mosaico sociale, rimane un cantiere in movimento. Vivido e attuale. Storie rurali e arcaiche, fatte di matrimoni e raccolti di primavera, ma anche di tragedie, ieri come oggi, il Sirio carico di emigranti che il 4 agosto 1906 si inabissò al largo della Spagna provocando 500 morti.
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