Omicidio di Loris, la madre: sincera quando dice "non l'ho ucciso"
Il commento di Gian Ugo Berti, collaboratore medico del Tirreno, al delitto di Santa Croce Camerina
La mamma di Loris dice la verità o meglio la “sua” verità, ma è sincera. Ci può essere un odio verso il compagno, il marito o il padre dei figli, ma qui nel caso di Ragusa c’è qualcosa di più: in alcune situazioni patologiche, la donna vive il figlio come un prolungamento del se stessa e quindi questo “oggetto”, mai considerato “soggetto di realtà”, attua comportamenti distruttivi che vorrebbe indirizzare verso di sé. In pratica, uccidendo un figlio, la donna uccide un percorso di vita che ritiene doloroso ed inaccettabile, quasi come se scomparendo il figlio, sparisse quello che per lei non è più sopportabile.
Quindi, come non di rado capita, le donne negano in una sorte di delirio dissociato, d’aver ucciso il figlio. In sostanza, hanno cancellato, negato od annullato attraverso quel simbolo che era il figlio, una realtà per loro non più tollerabile.
Si sta chiaramente parlando di persone con gravi disturbi psichiatrici e non riconosciuti e la loro incapacità di legarsi in maniera empatica agli altri.
L’infanticidio ovvero l’uccisione del figlio da parte della madre rappresenta dunque un fenomeno trasversale al percorso dell’umanità, come insegna la figura storica di Medea. Un fenomeno di cui poco si parla, tranne quando casi di cronaca sollecitano, attraverso i media, l’emotività di chi ritiene la maternità un atto sacro. Ciò disconferma il valore culturalmente acquisito che la donna non sia violenta.
La realtà è ben diversa. Migliaia di casi come quello di Ragusa ed un carcere come quello di Castiglione delle Stiviere stanno purtroppo a dimostrarlo. Si ritiene dunque un atto contro natura, ma deve però essere studiato con attenzione e attraverso metodi di valutazione non sempre politicamente corretti.
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